Job act, cigd, naspi….. what??

mar, apr 22, 2014

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WHATLa Cassa Integrazione in Deroga è uno degli strumenti con cui si è affrontata la crisi e che il Governo con il Job Act vorrebbe andare ad eliminare, da quel che si capisce, attraverso l’introduzione di uno strumento di sostegno al reddito universale. Insomma la (Nuova) Aspi dovrebbe coprire le esigenze di chi perde il lavoro nelle piccole aziende non coperte dalla Cassa integrazione ordinaria e straordinaria. Questo perché alla solita fatidica domanda “come amplierete la platea di chi può godere dell’Aspi?” hanno risposto “con i soldi risparmiati dalla Cassa integrazione in deroga”. Per cui non si scappa…

Ma qualcosa non torna.

Mentre la Cassa Integrazione ordinaria e straordinaria è a carico delle imprese e dei lavoratori, quella in deroga è a carico della fiscalità generale e viene finanziata di anno in anno.

Per capirne di più sarebbe utile leggere una importante indagine svolta da Veneto Lavoro “Cinque anni (2009-2013) di cassa integrazione in deroga viste da vicino” http://www.venetolavoro.it/misure

Leggendo la ricerca scopriamo che per la Cig in deroga il Veneto in questi 5 anni ha speso 500 milioni di euro, riguardando 20.000 aziende per circa 100.000 lavoratori. Quindi una misura importante sia in ordine economico che di soggetti coinvolti. Ma è il suo utilizzo che dovrebbe farci riflettere. La Cig in deroga infatti è stata utilizzata per periodi brevi e spesso ripetuti, in aziende piccole che ricorrevano anche a pesanti riduzioni di orario a dimostrare che la sua funzione principale è stata quella di flessibilizzare l’impiego di manodopera come se si trattasse di una Cassa Integrazione ordinaria (gratuita) rivolta all’artigianato ed ai servizi o come una forma impropria di contratto di solidarietà.

Se queste sono le sue funzioni l’ipotesi di sostituirla con la (Nuova) Aspi è ridicola perché questo invece è un assegno di disoccupazione.  Oltre al rischio di trasformare questi lavoratori cassintegrati in disoccupati, probabilmente avremmo anche il risultato di trasformare quelle aziende in difficoltà in fallimenti perché probabilmente molte di esse, senza l’utilizzo di questo ammortizzatore, avrebbero chiuso da un pezzo.

Per questo motivo semmai invece di pensare ai futuri aggiuntivi disoccupati si potrebbe tentare di mantenerli i posti di lavoro facendo passare questo strumento di cassa integrazione per le piccole imprese dalla attuale situazione di deroga provvisoria a carico della fiscalità generale ad un sistema assicurativo chiedendo alle imprese di contribuire.

Ma per farlo bisognerebbe passare dalle chiacchiere ai fatti. E magari usare l’italiano.

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lavoro: in veneto continua la crisi

ven, apr 11, 2014

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work-470x140La situazione in veneto per il lavoro continua ad essere nera.

Evidentemente i timidi segnali di ripresa in alcuni settori, in particolar modo quelli legati alle esportazioni, non hanno ricadute occupazionali e tutti gli indicatori ci dicono che non li avranno nel breve periodo.

Gli anni della grande crisi, dal 2008 ad oggi, ci indicano un dato drammatico: 120.000 posti di lavoro persi. Ai quali però andranno aggiunti quelli che stanno gonfiando i numeri della cassa integrazione e che in parte purtroppo sono destinati a concludersi nella mobilità nel corso di quest’anno.

I cosiddetti lavoratori indipendenti non diminuiscono ma ciò deriva dal fatto che molto spesso si tratta di posti di lavoro di chi non ha una alternativa migliore o di chi è stato espulso da cicli produttivi di lavoro dipendente, ma si segnala comunque una contrazione progressiva dei redditi di questo tipo di lavoro.

Attualmente le varie forme di precarietà, dai contratti a tempo determinato agli apprendisti fino ai contratti a progetto ed i lavoratori in somministrazione, sono il 14% della forza lavoro totale.

Se prendiamo in esame solo i contratti a tempo determinato, la cui liberalizzazione secondo il Governo dovrebbe aiutare la lotta alla disoccupazione, la percentuale sulla forza lavoro totale è intorno al 10%.

Ma quanto e come i contratti a tempo determinato sono l’anticamera di un contratto di lavoro stabile?

Poco si direbbe. In veneto mediamente il 10% dei contratti a tempo determinato si trasformano in contratti a tempo indeterminato con una maggiore propensione per quelli di durata superiore ai sei mesi. Ma con una tendenza di ulteriore diminuzione nel corso dell’ultimo periodo.

Ciò significa che il ricorso al contratto a tempo determinato continua ad essere una delle tante forme (senz’altro la più tutelata) della precarietà e tutto fa presagire che l’effetto del decreto Poletti, che toglie ogni vincolo al loro utilizzo, non farà che aumentarne il ricorso senza per questo incidere davvero quantitativamente e qualitativamente sull’occupazione, in particolar modo giovanile.

Per il resto l’annunciata, ulteriore, modifica dei contratti di apprendistato che toglie alle imprese i vincoli percentuali di assunzione e che mette in discussione il contenuto formativo di questo contratto che, è bene ricordarlo, è molto conveniente per i datori di lavoro e molto costoso per la collettività a causa dello sconto sui versamenti previdenziali, completa un quadro negativo che pare andare in direzione esattamente opposta a ciò che era stato promesso in termini di impegno per l’occupazione giovanile e per la lotta alla precarietà.

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quando arrivano i riformisti

mar, mar 18, 2014

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renzi-cover-620x3501-432x2431Quando arrivano i riformisti, tutto improvvisamente diventa più chiaro e perfino, come dire, brillante come su uno schermo hd.

Solitamente, i riformisti, arrivano con quel sorriso tipo “ma perché nessuno ci ha pensato prima”. Si sbottonano la giacca si accomodano nei salotti che contano e ti spiegano.

Si perché i riformisti sono pazienti e democratici. E spiegano bene.

Loro c’hanno la capacità di disegnarti con poche pennellate quel che non va, le cause e poi voilà: ecco le ricette per risolvere ogni problema.

E noi conservatori (comunisti et sindacalisti) nel cono d’ombra a rosicare perché hanno scoperto le nostre sordide magagne, le nostre inenarrabili colpe, i nostri inconfessabili complotti.

Ma certo, ci spiegano i riformisti, il sindacato è conservatore, garantisce i garantiti, difende i già difesi, tutela i tutelati, manifesta i manifestati.

Quindi indicando con il pollice dietro le loro spalle ci mostrano un gruppo di persone, illuminati di riflesso dalla loro aurea riformistica, sono quella parte del mondo del lavoro colpevolmente abbandonata e condannata da noi sindacalisti (comunisti et conservatori): i giovani, i precari, le intelligenze sprecate, le opportunità mancate.

Poi con l’indice accusatore, e con un impercettibile lampo di fastidio che arriccia le loro riformistiche labbra, indicano noi, i grigi comunisti (sindacalisti et conservatori) che difendiamo invece il privilegio di chi si bea cullato dall’articolo 18, da chi se la spassa ingrassando in cassa integrazione, dalle donne che, al calduccio di un contratto a tempo indeterminato, figliano come irlandesi nel dopoguerra.

Non servono nemmeno le parole, perché è del tutto plasticamente evidente che la sfida è tra il bene ed il male, tra il futuro ed il passato, tra le opportunità ed il privilegio. Poi riprendono fiato, riconquistano il riformistico rassicurante sorriso, guardano dritto in telecamera e pronunciano  il Primo Teorema dell’Aureo Riformismo: bisogna dare diritti e garanzie a chi non ne ha, anche se qualche sacrificio dovranno farlo i garantiti di cui prima.

Si perché, ed è un segreto cui sono edotti solo i riformisti, dovete sapere che i diritti e le garanzie per i lavoratori in natura sono predeterminati, sono una fonte non rinnovabile come il petrolio, per cui se vogliamo darne qualcuno a questi bei giovanotti dovremmo inevitabilmente toglierli a quegli egoisti spreconi degli operai garantiti.

Solo i soliti irresponsabili sindacalisti (comunisti et conservatori) pensano che invece i diritti e le garanzie per i lavoratori si possono scialacquare regalandoli a pioggia a tutti come se non ci fosse un domani…

Poi viene il momento tanto atteso: quello del Secondo Teorema dell’Aureo Riformismo che solo i riformisti maneggiano con fantasmagorica abilità. Si tratta di una verità rivelata che sembrerebbe una contraddizione, ma solo agli occhi babbei e malfidenti dei conservatori (comunisti et sindacalisti) ovvero che per risolvere il problema della disoccupazione bisogna permettere di licenziare più facilmente.

A nulla servono le patetiche chiacchiere pessimistiche dei comunisti (sindacalisti et conservatori) che  ogni volta cominciano con la loro ridicola solfa sul fatto che rendere più facili i licenziamenti aumenterebbe licenziamenti! Pensate un po’ che coraggio che hanno a dire simili evidenti falsità.

Fortunatamente, i riformisti hanno schiere infinite ed invincibili di giuslavoristi, di statistici, di giornalisti, di industriali, pronti a dimostrare in modo inequivocabile la validità del Secondo Teorema dell’Aureo Riformismo.

Poi dopo con qualche allegra elezione primaria, o con la benevola regale investitura da parte di una potenza imperiale straniera, i riformisti entrano, eleganti ma informali, nella stanza dei bottoni.

Oh finalmente, dicono, potremo liberare il Paese dai proverbiali e mitici lacci e lacciuoli dei sindacalisti (conservatori et comunisti) e scatenare la ripresa, aprire una nuova era, cool, moderna, riformista.

Ecco di solito, e questo è il problema dei fantasmagorici riformisti, a questo punto succede sempre qualcosa.

Saranno ‘ste famose stanze dei bottoni, dove manca l’aria e la moquette è piena di acari, sarà che per la prima volta da qualche parte trovano un libro pieno zeppo di noiosissimi numeri, pare lo chiamino “bilancio” i custodi della stanza dei bottoni, saranno le telefonate che arrivano dall’estero o dai (modernissimi e riformisti) padroni del vapore, sarà che non ci sono più le mezze stagioni, ma a questo punto il vigore riformista spesso gli si ammoscia un po’.

Di solito cominciano a dire che quei giovanotti lì, quelli precari e non garantiti, quelli delle opportunità mancate… quelli lì insomma… beh tocca che stiano a surfare ancora un po’ nell’incertezza.

Prima non potevano fare contratti a tempo determinato indeterminatamente? Ora sì, gli diamo anche questa opportunità, tipo, diciamo 9 contratti da 4 mesi di seguito. Poi comunque tranquilli che potete essere riformisticamente licenziati e ricominciare il giro in giostra per altri 3 anni da un’altra parte. Vedrai che ti mantieni bello giovane per un pezzo… Prima se eri apprendista toccava che apprendessi un mestiere? Adesso non serve più, sono robe del passato. Prima agli apprendisti speravano che “uno su mille ce la fa”? Adesso manco uno su mille, via gli obblighi desueti ad assumere una parte degli apprendisti. Così ti senti adolescente fino ai quarant’anni.

Prima eravate senza sussidio di disoccupazione? Adesso anche, mica vi vogliamo vedere rammoliti.

Poi però il riformista, si risveglia un attimo e gonfia il petto: sì ma da maggio gli metto 80 euro in busta paga.

“Mica cazzi”, gongola il riformista.

Se poi una busta paga non ce l’hai sarà mica colpa mia…

E via… il riformista riparte di slancio twittando che questa è la volta buona.

Si gira un attimo a favore di telecamera e sussurra: che cool…

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Il mio intervento al congresso provinciale della Cgil

gio, mar 13, 2014

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imageCare compagne, cari compagni, come direbbe il poeta: Ci pisciano in testa e ci dicono che piove.

La crisi non è un fenomeno atmosferico non è una condizione naturale alla quale rassegnarsi.
La crisi che stiamo vivendo ha delle cause e ha dei responsabili. E così per dire di responsabili in questa sala oggi non ce n’é nemmeno uno.
E conoscere cause e responsabili serve ad individuare la via di uscita e anche a non ripetere gli errori che ci hanno condotto qui.
La crisi è globale, senz’altro, ma lo è nel senso che si muove in tutto il mondo e ovunque in modo diverso.
Questa crisi infatti è anche una gigantesca redistribuzione su scala mondiale di ricchezza, e sviluppo: a Davos nell’ultima riunione dei grandi capitalisti gli indiani, i cinesi, i brasiliani erano molto sorridenti ed ottimisti sul futuro…
Ma questa crisi in Europa, in Italia e sul nostro territorio è figlia di un modello di sviluppo liberista del capitalismo finanziario che ha spostato gli investimenti dalla produzione di beni e servizi, quella che crea occupazione, buona o cattiva che sia, alla speculazione su scala internazionale che provoca delocalizzazioni, deindustrializzazione, precarizzazione.
Perché è bene chiarirsi su questo punto. Quando guardiamo i servizi in tv sulla crisi, quando ascoltiamo discutere nei salotti televisivi di disoccupazione e di nuove povertà dobbiamo sempre ricordarci e ricordare a tutti che la crisi non cancella la ricchezza, la sposta.
Non è che c’è stato da qualche parte un falò di tutti i soldi, tanti soldi, fatti in questi anni da queste parti, nella famosa locomotiva del nordest. I soldi si sono solo spostati. Su scala globale verso i paesi emergenti, su scala locale verso quelli che di soldi ne aveva già e tanti e che in questa crisi sono diventati ancora più ricchi.
Ma perché questa crisi ha colpito così duramente l’Italia ed il nostro territorio a differenza di altre realtà europee. Si certo noi abbiamo più debito pubblico, certo la burocrazia, certo i costi della politica, certo l’euro troppo forte…
Ma noi evidentemente abbiamo tre grandissimi problemi che ci hanno fatto precipitare in modo più profondo nella crisi: il primo una spaventosa evasione fiscale che non ha eguali, il secondo una classe politica che ha a lungo negato la crisi o la ha peggiorata, infine terzo una classe imprenditoriale che non è stata in grado di affrontare la crisi e reagire.
Tre delle tante crisi che stiamo vivendo nel nostro territorio sono esemplari a riguardo: Compiano, Faram ed Electrolux.
La prima è qui a Silea e sconfina nella cronaca nera e si descrive molto brevemente. Compiano, famiglia illustre della imprenditoria trevigiana dei salotti che contano, crea un buco di 100 milioni di euro nella sua azienda comprandosi 400 tra barche, auto e moto con soldi non suoi e portando al fallimento l’azienda e sulla strada 700 famiglie. Io credo che non dovremmo dimenticare. Io credo che tutte le volte che dalle parti di Unindustria ci spiegheranno che la crisi è colpa dei cassintegrati e dei pensionati che se la spassano al bar bisognerà ricordargli le prodezze di questo loro noto associato.
La seconda crisi è quella della Faram di Giavera dove invece un ruolo devastante lo ha svolto il sistema bancario che ormai controlla una azienda indebitatissima e gioca con il futuro di centinaia di famiglie favorendo strane acquisizioni aziendali che sanno di disperazione da parte di imprenditori giá indebitati, magari con le medesime banche, sapete quelle banche che pubblicizzano di essere vicine al nostro amato veneto?
Quelle banche che chiudono i rubinetti del credito e chiedono ai lavoratori di lavorare gratis per salvare l’azienda mentre si preoccupano solo di rientrare dei loro prestiti?
Dovremmo cominciare a chiedere il contro ad un sistema bancario che in questi anni ha affossato il sistema produttivo del nordest, prima drogandolo con il credito facile alimentando così una schiera di imprenditori che, invece di investire i profitti in azienda,mi profitti li investivano nella speculazione finanziaria ed immobiliare per poi ricorrere continuamente e al credito bancario per tutte le necessitá dell’azienda, credito che nel frattempo diventava sempre più difficile e costoso a seguito dei crack bancari internazionali arrivando poi a strozzare le imprese in crisi di liquidità ma con il portafogli ordini ancora pieni.
Potremo finalmente parlare delle responsabilità di questo intreccio tra il sistema finanziario, bancario e imprenditoriale, che in questi anni ha fatto profitti enormi per poi ora scaricare sui lavoratori e sulla società i costi delle loro incapacità, dei loro azzardi, dei loro errori?
L’ultima crisi è la più grande, quella più internazionale ma che riguarda ancor di più tutti noi: l’Electrolux. Riparte di nuovo l’asta internazionale tra gli stabilimenti.
A seconda di chi garantirà un costo del lavoro più basso, o ritmi più sostenuti, o minori impicci sindacali e normativi, o la politica fiscale più vantaggiosa.
Del resto se togli quegli investimenti nella ricerca e nella tecnologia per cercare di posizionarti ad un livello più alto nella divisione internazionale del lavoro, in settori con maggiori margini, sarai sempre costretto a competere sempre e solo sulle fasce più basse del mercato e ci sarà sempre un posto dove delocalizzare in cerca di risparmi e sopravvivenze.
Dobbiamo accettare che il destino del nordest e dell’Italia intera sia di diventare una delle periferie delle multinazionali appese alle decisione di qualche manager o di qualche gestore di fondi finanzari?
O vogliamo scegliere la via della innovazione e della qualità nelle produzioni?
Dobbiamo ringraziare le lavoratrici ed i lavoratori della Electrolux che sono al 41° giorno di presidio davanti alla fabbrica per dire NO ai salari polacchi con il costo della vita italiano, perché non lo dicono solo per loro stessi ma per tutti noi. Perché è del tutto evidente che se le richieste padronali passassero lì poi dilagherebbero ovunque, trascinandoci tutti in una concorrenza al ribasso senza fine. Per questo lo dico ai compagni della Electrolux con l’affetto che loro sanno. Questa vostra vertenza, questa vostra lotta é la battaglia di tutta la Cgil, facciamola assieme contro i padroni, non sprechiamola in inutili scontri tra noi.
Ha sbagliato il Presidente del consiglio Renzi a cancellare l’incontro che aveva concordato con le Rsu nella sua prima visita istituzionale che è capitata giusto a Treviso. Ma ha sbagliato anche perché mentre le Rsu unitarie di Cgil Cisl e Uil di Susegana e Porcia lo aspettavano bloccati sulla porta, sfilavano dentro invece i Benetton e i De Longhi. E gli stessi imprenditori erano stati invitati personalmente evitando di passare per le loro rispettive associazioni di categoria come del resto non sono stati invitati i sindacati.
È questa con tutta evidenza l’idea di rapporti con le parti sociali che ha Renzi che infatti non ha voluto confrontarsi con il Sindacato né sul Job act né sulla manovra tributaria, anzi, nei confronti della Cgil è stato perfino sprezzante.
Vorrei dirlo con il linguaggio a lui caro. L’hashtag é renzistaisereno che la Cgil ha imparato ormai che non esistono governi amici: i governi vanno giudicati dai fatti e non dalle parole.
E noi vogliamo vedere infatti, ma quello che non è accettabile però è sentir dire, quotidianamente, che la Cgil sarebbe o troppo conservatrice, o poco responsabile.
La Cgil non è conservatrice, non può esserlo.
Che avremmo da conservare? I salari da fame? Le pensioni impossibili? Le ingiustizie sociali? La precarietà? I tagli progressivi allo stato sociale? La disoccupazione di massa?
La Cgil non sarebbe responsabile? Su questo chiariamoci, verso chi dovrebbe essere responsabile la Cgil? Noi abbiamo il dovere di essere responsabili verso le donne e gli uomini che rappresentiamo, i loro bisogni, i loro diritti ed i loro interessi: i lavoratori, i pensionati, i giovani precari ed i disoccupati. Non altri!
Noi questi vogliamo e dobbiamo rappresentare. Il Sindacato non deve farsi carico delle compatibilità altrui, del bisogni del famigerato “sistema paese” dietro il quale si nascondono sempre sacrifici a senso unico.
Dobbiamo ricomporre un mondo del lavoro che è sempre più diviso, frastagliato, parcellizzato. Dobbiamo accettare la sfida di rappresentare il lavoro che cambia e per farlo serve una Cgil più che mai unita.
Questo nostro congresso è stato letteralmente funestato dalla vicenda dell’accordo sulla rappresentanza che ha prodotto tra noi divisioni, al di là delle questioni di merito e di metodo, che ci sono e vanno affrontate, dobbiamo aver ben presente che la forza della Cgil è la sua unità e la sua confederalità, che non possono essere disgiunte, come la Cgil non sarebbe grande senza la Fiom e la Fiom altrettanto se non fosse nella Cgil.
Per questo non ci avrete mai come volete voi: non saremo una Cgil conservatrice e nemmeno irresponsabile.
Perché abbiamo invece forte il senso della responsabilità del cambiamento.
Altro che conservatori noi vogliamo cambiarlo questo paese. Ma cambiarlo in meglio con più giustizia sociale, più diritti, uno sviluppo sostenibile, noi vogliamo costruire il futuro.

 

 

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Landini, davvero ti fidi di Renzi?

gio, feb 6, 2014

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Lo dico con la consapevolezza di toccare un argomento delicato.

Sui giornali impazza la polemica tra Camusso e Landini sull’accordo sulla rappresentanza e questo non fa certo bene né al congresso della Cgil in corso né in genere ai lavoratori che già devono affrontare una situazione economica veramente difficile.

Ci sono ragioni di merito e di metodo che andrebbero chiarite ed affrontate sulla questione, ma sottotraccia emerge una tensione che è strettamente legata al quadro politico ed in particolare alle vicende interne al Pd.

A nessuno sfugge un certo strano feeling tra Landini e Renzi: basti pensare che mentre il leader della Fiom ha già incontrato due volte  leader del Pd un incontro simile con la segretaria generale non c’è ancora stato. Eppure si parla di cose che riguardano tutti i lavoratori e tutto il sindacato, non solo i metalmeccanici: ammortizzatori, riforme del mercato del lavoro, come uscire dalla crisi industriale.

Landini inoltre ha affermato che piuttosto di un accordo come quello sottoscritto tra le parti sociali sulla rappresentanza era meglio una legge che aveva già cominciato a discutere appunto con Renzi.

imageEcco su questo io mi sento di chiedere a Landini una cosa senza intenti polemici o retorici: davvero ti fidi di Renzi?

Davvero credi che quando si passerà dalle schermaglie comunicative e dalle reciproche incursioni tattiche nella Cgil e nel Pd, al merito delle questioni potrai trovare un accordo con Renzi? Malgrado i suoi recentissimi innamoramenti con Marchionne e la Fornero o le cose che dicono e pensano su queste faccende tanti sostenitori del sindaco di Firenze.

Davvero credi che in Parlamento avresti ottenuto una legge sulla rappresentanza migliore? Con gli attuali equilibri politici?

Davvero pensi che il Job Act renziano potrà essere meglio del Piano per il Lavoro della Cgil?

Credi davvero di riuscire a raggiungere un accordo a vantaggio dei lavoratori, dei pensionati e dei giovani precari e disoccupati con Renzi senza o addirittura contro il resto della Cgil?

Perché il rischio che tutto si riduca a regolamenti di conti dentro il Pd e dentro la Cgil non possiamo proprio farlo correre a chi vive la più grave, profonda e lunga crisi del dopoguerra.

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Renzi, Cuperlo e la Cgil

mer, dic 4, 2013

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renziQuando due anni fa ho abbandonato la politica attiva e sono tornato ad impegnarmi a tempo pieno nella Cgil tutti mi hanno spiegato quanto importanti fossero le norme che regolano le incompatibilità tra politica e sindacato: per garantire l’indipendenza del Sindacato innanzitutto.

Regole draconiane che impediscono a chi ricopra un qualunque ruolo nella Cgil di ricoprire qualunque ruolo dirigente nei partiti o nelle istituzioni, foss’anche l’esecutivo di una piccola sezione di periferia o il ruolo di consigliere circoscrizionale.

Per questo sono rimasto sorpreso della uscita pubblica della segretaria generale dello Spi, Carla Cantone, che informa su carta intestata della sua discesa in campo per le primarie del Pd al fianco di Cuperlo per contrastare quel Renzi che vorrebbe rottamare i pensionati ed il sindacato.

Intendiamoci, non voglio fare la figura di Candido di Voltaire, non mi era sfuggito il lavorio di tanti dirigenti sindacali in tal senso, ma su questo chiudo volentieri un occhio perché ritengo più che legittimo esprimere le proprie preferenze politiche anche in ambito sindacale.

Peraltro condivido i sospetti su Renzi ed anche il giudizio sulle qualità intellettuali di Cuperlo.

Ma il fatto che la segretaria dello Spi Cgil si schieri con Cuperlo avvertendo che l’altro contendente sarebbe di fatto un nemico della Cgil lo considero sbagliato.

Per tre semplici ragioni.

Prima e più semplice, Cuperlo pare abbia già perso e stia facendo una battaglia di minoranza, per cui  schierare una delle più importanti categorie della Cgil su di un cavallo molto probabilmente perdente non mi sembra una idea geniale.

Seconda, non credo che a Cuperlo, che già non ha proprio una immagine, diciamo frizzante, giovi l’endorsement del sindacato dei pensionati proprio perché alimenta quella dicotomia giovane/vecchio che è la chiave, pare vincente, della campagna di Renzi.

Terzo Cuperlo caratterizza la sua campagna, secondo me in modo suicida, nel sostegno al Governo Letta nei confronti del quale la Cgil sciopera e manifesta denunciando una incapacità ad affrontare i problemi proprio dei pensionati e dei lavoratori.

Infine ho una perplessità che ho già avuto modo di esprimere ai tanti bravissimi compagni del Pd che in questi giorni stanno facendo una campagna molto forte contro Renzi denunciando la sua continuità con il berlusconismo, il suo essere nemico della Cgil e dei lavoratori, il suo essere, sostanzialmente, un figlio della destra ed un cavallo di troia all’interno del Pd.

Il 9 dicembre, quando Renzi sarà segretario, e conoscendolo non farà prigionieri, come la mettiamo?

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Ztl, i commercianti, Giovanni ed una bella mamma africana

mer, nov 20, 2013

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Una bella mamma africana, operaia, residente da almeno 15 anni a Treviso, viene a trovarmi in Cgil e mi racconta ridendo un piccolo aneddoto.
La settimana scorsa doveva sbrigare alcune pratiche per la residenza di un suo figlio ed aveva problemi con la visita prevista dei vigili urbani per verificare la pratica a causa dei turni in fabbrica.
Dopo svariati appuntamenti mancati e qualche “incomprensione” si arrabbia e prende il telefono per chiamare in Comune e protestare.
Forse avrà avuto qualche problema con il centralino automatico o forse presa dall’impeto di volersi far rispettare come cittadina si trova alla fine a chiedere di parlare con il Sindaco.
E mi racconta ridendo: “guarda Nicola ho cominciato a parlare molto ma molto arrabbiata, che io pago tasse e no posso perdere giornate di lavoro. E’ solo una carta per residenza mio figlio, io sono sempre regolare ma mi fanno diventare matta. Io adesso voglio parlare con il Sindaco.”
E si sente rispondere così: “Signora sono io il Sindaco, si calmi e mi spieghi bene.”
Lei a quel punto capisce che sta parlando proprio con il Sindaco e si scusa.
Giovanni la mette in attesa verifica l’inconveniente con la polizia Municipale e risolve il problema.
La bella mamma africana mi confessa che un po’ si è vergognata di aver alzato la voce “per fortuna non avevo detto che ero iscritta alla Cgil e che ti conoscevo se no facevo fare brutta figura anche a te e al sindacato” ma, credetemi, non avete idea di come era contenta e fiera di aver parlato con il Sindaco: di essere stata trattata da cittadina.
Cose normali direte voi, per una città come Treviso no.
Ecco perché racconto questa cosa?
In città in questi giorni due mondi mai così diversi sono incazzati contro il Sindaco Manildo: i commercianti e i ragazzi di Ztl.
I primi forse rimpiangono Gentilini mentre i secondi denunciano invece che non sarebbe cambiato nulla da quando governava lo sceriffo.
In particolare penso ai ragazzi dello Ztl che conosco bene, beh magari i più vecchietti tra loro. Sostengono una battaglia sacrosanta, quella degli spazi per i giovani e lo fanno mettendo il dito su di una piaga enorme, quella dei buchi neri nella città, dovuti ad anni di speculazioni immobiliari, di spadroneggiamenti di una fondazione bancaria, di errori del ventennio leghista.
Lo fanno magari in modo eterodosso e qualche volta discutibile, ma sempre assumendosene le responsabilità, pagandone anche le conseguenze e non certo per un loro tornaconto personale.
Che di questi tempi non è poco.
Ecco credo che forse bisognerebbe dare un po’ di tempo a Giovanni, alla sua Giunta.
E magari un po’ di tempo dobbiamo darlo anche a Treviso.
Sì perché io c’ero in Piazza Borsa il 10 giugno di quest’anno a festeggiare la sua elezione ed un noto avvocato in città, con il quale da giovani studenti ci incrociammo su fronti diametralmente opposti della militanza politica studentesca, abbracciandomi mi disse “non avrei mai pensato di festeggiare assieme a te lo stesso risultato elettorale”.
Giovanni ha chiuso un ventennio di incitamenti all’odio razziale, di sputtanamento della nostra città, di arrogante occupazione partitica leghista della città non perché improvvisamente i trevigiani sono diventati in maggioranza di sinistra, ma perché vedevano in lui il cambiamento possibile, la disponibilità al dialogo contro i soliloqui dell’anziano sceriffo, la democrazia del noi contro la dittatura dell’io.
Ha un compito non facile, commetterà senz’altro un sacco di errori, è sacrosanto criticarlo: ma Treviso sta cambiando e bisogna aiutare questo cammino con la pazienza, con la partecipazione e la passione che la nostra città merita.

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verso il 17° congresso della Cgil

mer, nov 6, 2013

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introduzione all’assemblea provinciale di Cgil- Lavoro Società Treviso

Quel che è avvenuto il 13 ottobre a Lampedusa segna un punto di non ritorno nelle responsabilità che ha, permettetemi di sottolinearlo, l’Europa prima ancora di quelle (tante) che ha il nostro Paese.

Non è qui il momento e l’occasione di affrontare il tema delle migrazioni che necessiterebbe di una analisi approfondita e pone contraddizioni globali gravissime ed immense, ma per dirlo con le sagge parole della sindaca di Lampedusa Giusi Nicolini, al netto di tutte le speculazioni politiche e degli scaricabarili degli euroburocrati, “non si può pensare che le persone debbano arrivare in europa a nuoto per chiedere asilo”. La questione è tutta lì.

Poi dopo dobbiamo distinguere tra chi migra per sfuggire ad una guerra da chi lo fa per migliorare la propria aspettativa di vita e certamente non possiamo pensare che l’italia e l’europa travolte dalla crisi possano assorbire migrazioni che possono diventare oceaniche, certo, ma invito tutti a fare un semplice esame di coscienza: io ho un figlio di 5 anni e vi posso assicurare che se temessi che lui potesse morire per fame o per una guerra non mi fermerei certo per le  leggi sull’immigrazione, o per il rischio di un viaggio nelle mani di malavitosi senza scrupoli.

Con la Cisl e la Uil abbiamo chiesto un incontro al prefetto ed abbiamo chiesto che da una terra di emigranti come la nostra venisse un segnale chiaro a Roma come a Bruxelles il mediterraneo non può più essere un immenso cimitero ed il luogo della vergogna dell’europa intera.

Abbiamo chiesto una mobilitazione nelle scuole affinché la memoria dei veneti emigranti diventi sussulto di indignazione per le vittime del traffico di esseri umani che fuggono dalle guerre, dalla disperazione e dalla fame. Abbiamo contattato una esperta nel diritto umanitario internazionale per organizzare un incontro di approfondimento che faccia pulizia delle tante sciocchezze che si dicono su questi temi.

Abbiamo anche proposto di coinvolgere le importanti comunità di cittadini stranieri che sono presenti nei nostri territori per aiutarci a comunicare al di là del mare delle reali condizioni che quei disperati trovano una volta arrivati sulle nostre coste, spiegare dei rischi che corrono mettendosi nelle mani di questi mercanti senza scrupoli, spiegare le modalità attraverso le quali sono possibili, per quanto difficili, percorsi migratori sia per i migranti in cerca di lavoro che per i richiedenti asilo.

Ed assieme a loro, ai nostri nuovi concittadini immigrati, che sempre in numero maggiore stanno finalmente diventando italiani a tutti gli effetti, dovremo anche avere la capacità di ricostruire dal basso nuove forme di cooperazione internazionale per combattere alla radice le ragioni profonde di quella disperazione che spinge alle migrazioni, sia le ragioni economiche che quelle politiche, democratiche ed ambientali.

Ci sono tre crisi che riguardano da vicino la nostra provincia che vorrei citare. Tre fotografie diversissime tra loro ma che messe assieme compongono un quadro decisamente allarmante.

Il primo sconfina con la cronaca nera, la Compiano non spetta a me illustrare questa vicenda nei dettagli e le pesanti conseguenze per 700 famiglie, ma vorrei usarla per una piccola provocazione. Io proporrei di preparare uno striscione semplice-semplice con su scritto a caratteri cubitali COMPIANO, così, senza nient’altro.

E propongo di esporlo silenziosamente tutte le volte che Vardanega e soci intervengono per spiegarci quanto e come l’impresa sa bene cosa servirebbe per uscire dalla crisi, per fare crescere la società.

Quando Vardanega scrive sui giornali che il problema sono i lavoratori che si trastullano in cassa integrazione, se ne approfittano dei generosi assegni dell’Aspi e della mobilità senza cercarsi un altro lavoro o i giovani troppo choosy e fighetti per accettare lavori pesanti.

Ecco ogni volta che la classe imprenditoriale verrà a darci lezioni gli mostriamo questo striscione.

Perché quel Compiano che ha messo sul lastrico 600 famiglie perché si rubava i soldi per comprarsi 700 auto e 300 barche era un autorevole esponente di Unindustria, una famiglia importante dell’imprenditoria trevigiana.

Ora, non per voler essere beceri ma perché qualche volta è bene che ognuno si prenda le proprie responsabilità, penso che ogni volta che i rappresentanti di questa classe imprenditoriale saliranno in cattedra per chieder finanziamenti a fondo perduto, meno tasse e meno diritti per i lavoratori, altrimenti poi, dicono, non siamo competitivi, dobbiamo ricordargli che l’imprenditoria trevigiana è fatta anche dei Compiano, assieme a chi ha delocalizzato, evaso, a chi è scappato con i soldi delle liquidazioni…

La seconda crisi è quella della Faram di Giavera dove invece un ruolo non certo edificante lo ha svolto il sistema bancario che ormai controlla una azienda indebitatissima e gioca con il futuro di centinaia di famiglie favorendo acquisizioni  aziendali che sanno di disperazione da parte di imprenditori altrettanto indebitati, magari con le medesime banche, sapete quelle banche che pubblicizzano di essere vicini al territorio, al nostro amato veneto.

E poi chiudono i rubinetti del credito e chiedono ai lavoratori di lavorare gratis per salvare l’azienda mentre si preoccupano solo di rientrare dei loro prestiti e dei loro fidi.

Dovremmo cominciare a chiedere il conto ad un sistema bancario locale che in questi anni ha affossato il sistema produttivo del nordest, drogandolo prima con il credito facile alimentando così una schiera di imprenditori che invece di investire in azienda portavano i profitti nella speculazione finanziaria ed immobiliare, per poi ricorrere continuamente al credito bancario che nel frattempo diventava sempre più difficile e costoso a seguito dei crack bancari internazionali, arrivando poi a strozzare le imprese in crisi di liquidità ma con il portafogli ordini ancora pieni.

Potremo finalmente parlare delle responsabilità di questo intreccio tra il sistema finanziario, bancario e  imprenditoriale, che in questi anni ha fatto profitti in modo spropositato per poi ora scaricare sui lavoratori e sulla società i costi delle loro incapacità, dei loro azzardi, dei loro errori?

L’ultima crisi è la più grande, quella internazionale che riguarda l’Electrolux. Riparte di nuovo l’asta internazionale tra gli stabilimenti. In Italia tra Pordenone Treviso e Forlì e poi tra questi e quelli polacchi rumeni ed ungheresi.

La multinazionale può decidere di mettere all’asta i suoi stessi siti produttivi per decidere chi sopravvivrà e chi no.

A seconda di chi garantirà un costo del lavoro più basso, o ritmi più sostenuti, o minori impicci sindacali e normativi, o la politica fiscale più vantaggiosa. 

A Wroclav in polonia un lavoratore costa all’ora 11 euro contro i 24 in Italia.

Del resto se togli quegli investimenti nella ricerca e nella tecnologia per cercare di posizionarti ad un livello più alto nella divisione internazionale del lavoro ed in settori con maggiori margini, sei costretto a competere sempre e solo sulle fasce più basse del mercato e ci sarà sempre un posto dove delocalizzare in cerca di risparmi e sopravvivenze.

Dobbiamo accettare che il destino del nordest  e dell’Italia intera sia di diventare una delle periferie delle multinazionali appese alle decisione di qualche manager o di qualche gestore di fondi finanziari?

Se volgiamo invece ragionare di prospettiva, di come potremmo e vorremmo uscire da questa crisi dovremmo chiedere a tutti di discutere di questo, alla politica ed alle parti sociali.

Perché se qualcuno  crede invece che il modello del nordest nato con poche regole e nessuna pianificazione 40 anni fa possa essere anche il modello per uscire da questa crisi ci porterà al disastro.

Di nuovo le parole di Vardanega (per il quale è sempre pronto lo striscione di prima) e anche del ministro Zanonato su questa vicenda, più che indecenti, mi sembrano perfino inadeguate: nel senso che probabilmente non sanno di che parlano. A quali diritti dovrebbero rinunciare i privilegiatissimi operai di Susegana? Forse a chiedere uno stipendio o forse devono accettare una paga rumena? Ed in quel caso poi come potranno vivere visti l’italianissimo costo della vita? Ma abbiamo capito o no che se il livello del confronto è solo sul costo del lavoro comunque non c’è possibilità alcuna?

A Vardanega dedichiamo l’iniziativa che Lavoro Società di Treviso ha programmato per sabato 7 dicembre dal titolo direi chiaro “cosa ha detto Marx e perché aveva ragione” con la quale vorremmo assieme a due importanti giovani professori dell’Università di Padova Massimiliano Tomba e Devi Sacchetto vorremmo  tornare un po’ a studiare i fondamentali.

La lunghissima crisi che stiamo vivendo da dove nasce? quali sono le responsabilità? Perché ci sembra che inseguendo ogni giorno le mille emergenze, le crisi, le difficoltà, ammorbati dal dibattito politico quotidiano autoreferenziale e falso, perdiamo di vista il disegno più complessivo globale e di lungo periodo sulle crisi cicliche del capitalismo, sui meccanismi dello sfruttamento e dell’ingiustizia sociale contro i quali la Cgil quotidianamente deve battersi.

 

Viviamo la crisi più profonda del dopo guerra, una crisi che sta colpendo in modo pesante il nordest e Treviso: c’è un impoverimento generale delle famiglie dovuto a redditi ridotti per le molte ore di cassa integrazione, o dalla mobilità, fino alla disoccupazione.

 Io ho già avuto modo nello scorso direttivo di porre la questione di come la Cgil può affrontare la crisi: i nostri funzionari, i nostri servizi fanno un lavoro eccezionale per intervenire nelle crisi, contrattare ammortizzatori sociali, gestire con il nostro ufficio legale e con il nostro patronato la tutela individuale, ma quando finisce quel percorso, l’azienda chiude, al lavoratore rimangono solo le liste di mobilità non corriamo il rischio che quel lavoratore che magari per decenni è stato un nostro iscritto si senta ormai fuori dalla Cgil?

Che viva quasi come una vergogna la perdita del posto di lavoro, le difficoltà economiche? che il fatto di non vere più un lavoro lo renda estraneo alla organizzazione dei lavoratori?

Io credo che noi dovremmo essere vicini ai nostri iscritti anche in questa fase delicata.

La Cgil di Treviso ha investito molto nella memoria: grazie alla passione di barbiero e di cacco abbiamo lavorato molto sul tema del nostro centenario, delle nostre origini ed ora continueremo con le prossime pubblicazioni su Il Lavoratore e sullo sciopero di Crocetta.

Io credo che da quel lavoro di memoria dobbiamo anche cogliere idee e proposte per l’oggi.

Il sindacato nasce dalle forme di assistenza delle Società Operaie di Mutuo Soccorso: certo i tempi sono diversi e non paragonabili, ma ci sono delle analogie. La crisi, la destrutturazione dei diritto del lavoro dell’oggi si prestano a qualche analogia con epoche nelle quali il diritto non era destrutturato, ma non esisteva proprio, quando le forme di welfare ancora non erano state ancora conquistate.

Allora forse dovremmo assieme pensare a innovative forme di solidarietà ed aiuto per i lavoratori, primi fra tutti per i nostri compagni della Cgil sia per affrontare le contingenti difficoltà economiche sia per dare strumenti per uscire da quelle difficoltà.

Cose semplici ma efficaci.

il Veneto e la nostra provincia sono interessate in queste settimane dalla discussione sul piano sociosanitario. il tema della salute è cruciale investendo il sindacato come rappresentante di chi lavora nella sanità ma anche dei cittadini che ne usufruiscono.   Ed è un dibattito che si iscrive nel più generale quadro negativo sul piano nazionale a seguito dei numerosi e ripetuti tagli alla sanità. lentamente ma inesorabilmente stiamo assistendo ad una erosione del diritto universale e gratuito alla sanità ed alla salute. Si moltiplicano le forme di compartecipazione alla spesa e la privatizzazione dei servizi

Sul piano sociosanitario, che si pone l’ambizioso obbiettivo in Veneto di spostare dall’ospedaliero al territorio la cura della salute delle persone, mi pare di potermi limitare a dire, purtroppo, che le compagne ed i compagni di Lavoro Società della Cgil sono stati facili ed isolati profeti nel consigliare  alla Cgil di non sbilanciarsi troppo nel giudizio in merito.

Qualsiasi riforma del sistema socio sanitario passa attraverso due verifiche: i soldi e la volontà politica.

E la mia frequentazione di 6 anni a Palazzo ferro fini mi ha fatto dire per tempo che la politica dei due tempi tra la razionalizzazione ospedaliera e la costruzione della rete territoriale della salute era sospetta.

Ed i cittadini che animando comitati nei nostri territori, nel dubbio, si sono opposti alla prima fase forse quindi non hanno fatto male.

 La regia nella sanità da vent’anni in veneto è nelle mani di una classe politica che l’ha usata attraverso una strettissima spartizione partitocratica ed una strumentalizzazione elettorale.

Non è un mistero che dall’epoca Galan le nomine dei direttori generali delle Usl avveniva sotto l’albero di natale di casa Galan prima e Zaia poi e che le due caratteristiche che doveva obbligatoriamente avere l’assessore alla sanità era di essere di Verona ed essere leghista.

Visto come si stanno mettendo le cose in questa ennesima riforma mancata evidentemente in veneto serve un vero cambiamento nella politica che ci auguriamo che arrivi presto.

E vengo alla questione della politica appunto. Ho trovato esilarante che il premier Letta abbia definito “precipitosa” la decisione di Cgil Cisl e Uil di organizzare un mezzo sciopero generale contro la manovra economica presentata.

Ci sono evidentemente due problemi che la Cgil nella rappresentanza generale dei lavoratori, dei pensionati e dei ceti popolari deve porsi.

Il primo è se esiste ancora lo spazio  di manovra per una politica (politica in senso pieno e generale) di fronte alla crisi o se ormai tutto è regolato dai patti di stabilità, dalle decisioni europee o meglio tedesche.

Siamo destinati ad essere governati da tecnici e da larghe intese?

O è possibile una scelta?

Ecco perché il secondo problema, proprio nella relazione con la politica che dobbiamo porci è se per caso non sia un po’ cambiato il quadro senza che noi che ne accorgessimo.

Mi riferisco al fatto che con le buone o con le cattive, con la decadenza o con la interdizione, oppure anche solo per questioni biologiche, il lungo ventennio berlusconiano è alla fine.

E la sua uscita di scena determinerà una ridefinizione del campo delle destre senz’altro, ma non sarà senza conseguenze per il campo de centrosinistra.

Si perché mi pongo e vi pongo una domanda semplice che può sembrare un po’ provocatoria. Tolto di mezzo Berlusconi, Letta ed Alfano che ora  possono governare assieme certo, perché non potrebbero stare anche nello stesso partito?

Tolto Berlusconi cosa differenzia Boccia (marito della ministra De Girolamo) da Lupi? Liberisti alla matriciana, cattolici più o meno vicini a Comunione e Liberazione, equidistanti tra capitale e lavoro, tra sindacato e confindustria (anzi spesso con molte più frequentazioni con confindustria).

Tutti amici degli amici di un cerchio ristretto di banchieri, editori e finanzieri., lo abbiamo visto penosamente con la vicenda della Ministra Cancellieri che interviene a difesa di una detenuta potente con la quale aveva evidentemente molta famigliarità. alla faccia dei tecnici.

Siamo sicuri che il governo Letta sia un governo delle larghe intese?  che non sia diventato ora un governo politico o che comunque punti ad esserlo?

Quanto durerà l’anomalia italiana di un Paese dove non c’è un partito laburista o socialdemocratico che sia di riferimento al lavoro ed al sindacato?

E quando arriverà Renzi come diventerà il suo Pd e che rapporto avrà con il sindacato visto che ci ricordiamo le sue fascinazioni per Marchionne?

Basterà la battaglia di testimonianza di Cupreo per controbilanciarlo?

Io non credo perché Renzi vincerà e non farà prigionieri. Meglio saperlo prima.

Ecco io credo che la Cgil abbia fatto bene a tener fissa l’attenzione sul merito nei giudizi su Monti prima e su Letta poi.

Ma ora comincia a venire il tempo di trarre le conclusioni.

Sia sugli effetti delle politiche di questi due governi, sia sul fatto che la Cgil non fa politica ma non è indifferente alla politica ed alle sorti di quella parte politica alla quale facciamo riferimento: quella parte che tra capitale e lavoro, tra sfruttamento e diritti sa da che parte stare.

E partendo dal merito delle politiche per il lavoro, dell’equità sociale, lo sviluppo e le condizioni di vita dei ceti popolari abbiamo il dovere di esprimere le nostre opinioni, di giudicare nel merito e di avanzare proposte perché la politica sia in grado di riprendersi le sue responsabilità senza nascondersi dietro l’emergenza e la governabilità ad ogni costo: la democrazia diventi reale scelta su opzioni alternative credibili e coerenti.

E la Cgil saprà senza dubbio da che parte stare. quella dei lavoratori, dei giovani, dei pensionati e dei ceti popolari.

Per farlo noi di Lavoro Società affrontiamo il 17° congresso con la consapevolezza della necessità di una rinnovata unità nella nostra organizzazione. una unità che è fatta anche di differenti sensibilità, di quel pluralismo che l’ha fatta vivere e crescere superando di slancio i cent’anni.

La Cgil deve sapersi rinnovare proprio a partire dalla pesantissima crisi che i lavoratori e le lavoratrici stanno vivendo. un sindacato legato la territorio, un sindacato dei lavoratori prima ancora che per i lavoratori dove si ritrovi il protagonismo delle Rsu, dove le camere del lavoro divengano luoghi della accoglienza per i lavoratori, per i giovani precari e per i pensionati, luoghi dove assieme ai servizi si possa dare spazio al confronto al lavoro comunque.

Il lavoro cambia e la Cgil dovrà saper accettare la sfida di, prendendo a prestito il titolo di una iniziativa importante che faremo in questa sala  sabato 9 novembre, “Organizzare i non organizzati”. Cioè andare incontro sia alle forme nuove del lavoro parasubordinato, precario, parcellizzato, le false partite iva, i lavoratori in somministrazione, i tempi determinati, chi alterna lavoro e non lavoro, ma anche le tante   forme del lavoro dipendente che non conoscono o non si possono permettere la sindacalizzazione dai servizi all’artigianato. Giovani  che spesso che vedono il sindacato come estraneo. dobbiamo attrezzarci per riconquistare un rapporto di fiducia con loro ed un ruolo di rappresentanza e tutela di tutto il lavoro per come esso è cambiato, per tutelare nuovi e vecchi diritti  e bisogni assieme.

Serve insomma una Cgil all’altezza della drammatica sfida che questa crisi pone a tutto il mondo del lavoro ed ai ceti popolari e per questo l’area programmatica Lavoro e Società, che a Treviso ha storicamente un importante radicamento grazie al lavoro fatto prima di me da molte compagne e compagni che ora sono qui e grazie ai quali io stesso sono qui, un’area programmatica che in questi mesi ha raccolto tante nuove importanti adesioni di giovani, un area che chiede un congresso di discussione vera e nel merito a partire dall’importante Piano per il Lavoro che la Cgil ha predisposto proponendolo, purtroppo senza molto successo, alla politica per indicare una via di uscita dalla crisi.

Noi di Lavoro Società vogliamo dare il nostro contributo a questo congresso ed a questa Cgil convinti che le ragioni del mondo del lavoro, della solidarietà, della giustizia sociale siano l’unica strada percorribile per uscire da questa crisi assieme ed in avanti e questa è una strada che può tracciare solo la Cgil.

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