Tutti i colori della crisi

mer, giu 19, 2013

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Una mattinata intensa ed importante quella di sabato 15 giugno all’auditorium della Cgil di Treviso per discutere di migranti, società e lavoro: per guardare dentro ed oltre la crisi e per uscirne assieme.

La Cgil di Treviso ed il coordinamento CittadinanzAttive hanno voluto questo convegno con l’obbiettivo di  mettere assieme i veri numeri del fenomeno migratorio in tempo di crisi e per raccontare le storie di vita e parecchie scomode verità su di un tema sempre scottante a queste latitudini.

Grazie ai contributi di Stefania Zazzeron dell’Inca, Letizia Bertazzon di Veneto Lavoro e alla ricercatrice di origini moldave Aliona Virlan abbiamo potuto fornire una istantanea sulle differenti strategie dei lavoratori migranti per affrontare la crisi tra chi rimane con noi condividendo le difficoltà del momento perché è ormai integrato con la famiglia, chi invece decide di cercar miglior fortuna in altri paesi europei e chi di far rientro nel proprio paese di origine. Ma anche di quanti arrivano ora, malgrado le difficoltà occupazionali,  a segnare un saldo migratorio che è comunque positivo (oltre che per le nascite ed i ricongiungimenti famigliari) anche perché vi sono ancora lavori che solo gli immigrati accettano o che solo a loro gli imprenditori italiani vogliono affidare.

Gli interventi del Presidente di CittadinanzAttiva Adjevi Emmanuel Akakpovi, di Mercedes Frias di “Prendiamo la Parola” e di Francesca N’Danou di “Seconda Generazione” hanno posto l’accento sulla sfida della piena cittadinanza di quei nuovi trevigiani che hanno dato un  grande contributo in passato per costruire il fenomeno economico del nordest ed ora possono essere la risorsa decisiva per uscire, assieme, dalla crisi.

Ha suscitato entusiasmo la presenza al convegno per un saluto caloroso del nuovo Sindaco di Treviso Giovanni Manildo che chiude una lunga stagione buia per la città amministrata da chi faceva dell’intolleranza e della paura una comoda strategia elettorale. Manildo ha infatti ricordato che dai momenti di crisi si esce se rimaniamo uniti e se ognuno fa la propria parte garantendo che la nuova amministrazione lavorerà per una Treviso aperta, sicura e colorata.

L’impegno che si è assunta la Cgil è quello continuare a stare saldamente dalla parte di chi lavora, a prescindere dai  passaporti, dalle religioni e dai colori, con una rinnovata attenzione alla forte presenza degli iscritti al sindacato e degli utenti ai nostri servizi che vengono da paesi lontani e che sono lavoratrici e lavoratori parte integrante della nostra società e vorremmo divenissero sempre più protagonisti e dirigenti della nostra Cgil.

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A Treviso il sole c’è, Gentilini no. Buongiorno.

gio, giu 13, 2013

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“Il sceriffo” Gentilini è stato sonoramente sconfitto e nella mia città finalmente si respira.

Ci sono voluti vent’anni, ma accontentiamoci.

Innanzitutto bisogna ringraziare Giovanni Manildo che ha fatto una bellissima campagna elettorale con tanti giovani e tanto entusiasmo ed al quale è bene fare un grande in bocca al lupo,  perché ne avrà proprio bisogno.

Ma sbaglieremmo a credere che Treviso un bel giorno si sia svegliata di sinistra, anzi forse la mia città non è per nulla cambiata, rimane sempre quella di Signore e Signori, moderata, tranquilla, molto attenta alle apparenze: “almanco a fede nei boni costumi…”.

Solo non ne poteva più di un vecchio rancoroso, di un sistema di potere ventennale.

Ed ha trovato una proposta seria e rassicurante in Giovanni  Manildo e la sua squadra.

Per dire nei festeggiamenti ho abbracciato qualche persona, che ai tempi del liceo militava sulla sponda opposta alla mia in politica e che al nostro intonare Bella Ciao ha avuto un mancamento: “Nicola non avrei mai pensato di festeggiare una vittoria elettorale assieme a te”.

Ma il Gentilinismo rimarrà a lungo, come un batterio killer, nelle placide acque del Sile.

Lo racconto con un aneddoto.

Gentilini era appena stato rieletto Sindaco per la seconda volta ed aveva sgomberato delle famiglie magrebine da alcune vecchie case popolari. Allora ero consigliere comunale ed accorsi per calmare gli animi e cercare di trovare una soluzione. Mi accorsi che c’erano parecchi abitanti del quartiere che, a debita distanza, osservavano la scena. Siccome conosco i miei concittadini andai a parlare con loro.

Li trovai ragionevoli: dicevano che forse era il caso di trovare una sistemazione per i bambini prima di sgomberare.

Poi arrivò una telecamera del locale telegiornale e quelle stesse persone intervistate, come per magia,  subito cambiarono tono della voce ed espressione ripetendo  il verbo gentiliniano: basta tornino a casa loro!

Insomma a Treviso Gentilini era riuscito in un miracolo al contrario. Non solo aveva sdoganato i peggiori istinti e le solite battute razziste, ma aveva reso socialmente inaccettabile essere solidali piuttosto che mostrarsi razzisti.

Il vecchio sceriffo ora si ritirerà nella sua Vittorio Veneto e noi dovremo lavorare parecchio  per ridare serenità alla nostra città ed alla nostra gente.

Le facce sorridenti e multicolori di Giovanni, Stefano, Said, Luciano e Pretty mi fanno ben sperare.

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quando i padroni parlano…

dom, mag 26, 2013

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Quando i padroni (ma anche certi politici) ci dicono che per uscire dalla crisi serve più “flessibilità” hanno ben in mente questa immagine.

Loro ci dicono che bisogna poter assumere senza doversi impegnare per la vita, che devono “mettere alla prova” i loro collaboratori, che c’è l’art 18 che poi gli impedisce di licenziare e tutte queste balle.

In realtà loro vogliono semplicemente pagare meno i lavoratori.

Tra l’altro la differenza di retribuzione media tra un lavoro “normale” ed uno precario è la stessa che c’è tra un lavoratore italiano ed uno straniero (-25,8%).

Certo se magari i lavoratori hanno meno diritti e sono più ricattabili meglio, ma quel che conta sono i soldi: lo dice l’Istat, mica io.

 

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l’ora di fare i conti 5 (la conclusione… ma per ripartire)

lun, mag 20, 2013

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In questi giorni in cui Epifani, nuovo segretario del Pd, dice che non sopporta l’esistenza delle due sinistre e critica Sel per non aver rotto l’alleanza con il Pd che si alleava con Berlusconi, posto la conclusione delle mie piccole memorie (segno evidente di invecchiamento).

Lo faccio per chiudere una fase della mia vita, quella dell’impegno diretto nella politica e dedicarmi (tornare a farlo in realtà) alla Cgil dove nei giorni scorsi, dopo un regolamentare purgatorio, sono stato eletto nella segreteria provinciale.

Si parva licet, un percorso inverso a quello di Epifani.

Le sfide che ci aspettano sono grandi, forse troppo per noi. La Cgil dovrà essere in grado di indicare una uscita dalla crisi economica che non sacrifichi i diritti ed immagini un modello nuovo di sviluppo, ma anche capire il lavoro che cambia per rappresentarlo e difenderlo.

La sinistra politica dovrà uscire dall’angolo dell’eterna emergenza, dell’irresponsabile senso della responsabilità che riesuma ciclicamente il caimano morente, dai recinti della muta testimonianza.

Circolano due appelli in tal senso:

http://www.partito-lavoro.it/appello

http://www.asinistraperlitalia.it/?p=18

 

Io li ho firmati entrambi, poi però basta appelli eh che bisogna avere il coraggio di guardare avanti e riprendere il cammino.

 

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 Postfazione

 Zeno, i comunisti ed io.

 di Nicola Atalmi

 

 

Il progetto della Rifondazione è stato tante cose: il tentativo di non ammainare una bandiera, quello di innovare teoria e prassi del marxismo, quello testardo di non piegarsi al pensiero unico neoliberista.

Ha forse avuto lo stesso limite che ebbe la nascita del Pds, ovvero la mancanza di volontà o di capacità di fare i conti con la storia del Pci.

Tanti tra coloro che furono protagonisti di quella vicenda hanno raccontato, raccontano e   racconteranno le difficoltà nella costruzione del progetto della Rifondazione nel 1991, il lavoro nel territorio, l’azzardo, la sofferenza della scissione dall’allora Pci che andava tramutandosi in Pds.

E’ vero, non fu facile ripartire da zero.

Ma la verità è che noi invece fummo travolti da una grande domanda di partecipazione, le sezioni che nascevano come funghi, le sezioni nelle fabbriche, i consiglieri, i primi sorprendenti successi.

Era un popolo che si metteva in marcia, portando ognuno una propria diversa vicenda personale e culturale, magari anche con in testa una idea di partito e di società diverse.

Ma la verità è che, per un momento, è sembrato che la partita la vincessimo noi.

Anche se magari i segni c’erano già dall’inizio: la fuga di Garavini, la diarchia tra Bertinotti e Cossutta, la mediazione sul nome tra chi metteva l’accento sulla Rifondazione e chi sul Partito.

Ma era una comunità liberamente comunista che lanciava un nuovo piccolo assalto al cielo nell’Italia che iniziava a berlusconizzarsi e che dalle nostre parti si scopriva leghista, un partito che studiava le trasformazioni nella società e nel lavoro, che voleva coniugare storia e futuro, diritti e bisogni.

Furono anni bellissimi nei quali imparai molto da compagni come Zeno, imparai la fatica del lavoro nel territorio, le riunioni in piccoli paeselli sperduti nelle taverne di vecchi partigiani, le lezioni di vita della classe operaia, le mediazioni, le maledizioni, la pazienza, la passione.

Ma solo dopo 5 anni di vita i primi sintomi del malessere nel Prc cominciarono a manifestarsi.

Il declino iniziò il 22 aprile del 1996.

Perché lo fisso in quella data?

Perché il giorno prima il Prc raggiunge il suo massimo storico con l‘8,5%, ovvero 3.215.960 voti: 69 deputati oltre a 39 senatori a sostegno esterno al primo Governo Prodi.

Fu la gestione di quel successo che non riuscì al gruppo dirigente del Partito, l’ambiguità della “desistenza” e dell’appoggio esterno ad un Governo nel quale gli Italiani credettero molto ad iniziare a dilaniare dall’interno il Partito, a rompere la sintonia tra il popolo della sinistra e “quelli di rifondazione”.

Le anime che formavano Rifondazione, e che fino ad allora con grande difficoltà avevano cercato di unirsi e mescolarsi, cominciarono a ridividersi in modo netto.

Riemersero divisioni profonde che avevano e hanno a che fare con l’idea stessa di politica: sarebbe sbagliato frettolosamente liquidare la divisione tra chi veniva dal Pci e chi dai movimenti e da Dp, perché non fu solo quello.

Anche il Pci ebbe nella sua storia un problema enorme ad affrontare l’idea stessa del governo e dei compromessi necessari per poterci arrivare.

C’era sullo sfondo l’eterno dilemma sul senso stesso della politica, sul ruolo dei comunisti e della sinistra: nell’impegno politico quotidiano conta di più la coerenza o l’efficacia?

Una discussione che non è mai finita e che riemerge prepotentemente ed in modo doloroso ogni qualvolta il confronto elettorale si avvicina.

Il Governo Prodi aveva dalla sua un consenso popolare legato a due elementi: Berlusconi e l’euro. Per tenere lontano il primo e per raggiungere l’obbiettivo del secondo gli italiani e la sinistra accettano molti e pesanti sacrifici sul tema delle pensioni e della prima legislazione del lavoro che aprì alla cosiddetta flessibilità.

Il malessere nel Partito era forte e le promesse di una fase due attenta alle questioni sociali, dopo la prima fase di risanamento, sembrava sempre più lontana ed incerta.

In Rifondazione si aprì uno scontro duro che presto, come sempre accade a sinistra, sembrò essere sempre più rivolto al proprio interno piuttosto che contro l’avversario.

Bertinotti lanciò un ultimatum a Prodi: imporre in Italia la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore in cambio del sostegno a del Prc al governo.

Svolta o rottura insomma.

Nei territori inizia una guerriglia tutta interna e ben presto si capisce che il Governo Prodi è solo un pretesto per una vera e propria sfida per il controllo del partito.

In quei giorni si moltiplicavano le telefonate per capire chi era di qua e chi di là.

Le cordate si saldavano, i colonnelli facevano arrivare gli ordini nei territori, i sergenti preparavano le truppe.

Il frigorifero in sede usato dai Giovani Comunisti e dall’associazione Vilcabamba una mattina venne graffitato con una scritta cubitale: “Armà dacce er via”.

Intanto i nostri fax, le mail al tempo ancora non c’erano, sputavano a ritmo continuo appelli a non far cadere Prodi: suppliche e minacce.

Le televisioni berlusconiane mandavano a ciclo continuo un Bertinotti ormai in preda ad un delirio di onnipotenza e Cossutta poteva solo prepararsi, tardivamente, al peggio dietro l’improbabile slogan “tirare la corda senza spezzarla”.

Ma del merito si parlava?

La proposta del Prc era più politicista che politica: una riduzione di orario di lavoro per legge a parità di salario. Ed assieme a questa anche quella di una nuova Cassa per il mezzogiorno.

Immaginatevi come le due proposte fossero popolari tra la classe operaia nel profondo nordest della piena occupazione e degli straordinari continui!

La gente ci guardava come marziani e per di più il sindacato viveva questa proposta del Prc come una invasione di campo, più volta a regolare vecchi conti del passato da sindacalista del sub-comandante Fausto che a rispondere ad un diffuso e reale scontento per le politiche sociali ed economiche del governo Prodi.

Alcuni di noi, fuori dagli schieramenti armati, cercarono di spiegare a Roma che il nostro braccio di ferro, per quanto giusto, risultava incomprensibile e che se volevamo rompere con quel governo correndo il rischio di riconsegnare il paese a Berlusconi avremmo dovuto farlo sull’onda di una reale mobilitazione popolare sulla base di una piattaforma di richieste che fosse comprensibile e condivisa.

Organizzammo perfino una corriera di compagni dal Veneto che andarono a Roma chiedendo di incontrare Cossutta e Bertinotti per chiedere di fermarsi e venimmo accolti dai frizzi e i lazzi di qualche giovane bertinottiano che non vedeva l’ora che togliessimo il disturbo.

Evidentemente la partita era già un’altra.

La riprova la ebbi sulla mia pelle perché fui personalmente protagonista di un ultimo disperato (e dimenticato) tentativo.

Il Partito decise di tenere il IV congresso nei primi mesi del 1999 per dirimere le questioni e la linea politica, ma nel contempo di convocare un Comitato Politico Nazionale il 3 e 4 ottobre del 1998.

Qualcuno a quel Congresso non voleva arrivarci.

Il 3 e 4 ottobre del 1998 celebrammo il mesto funerale della Rifondazione.

Funerale recentemente ripetuto, ma si è trattato solo di una commemorazione per il decennale con analoghe modalità, nell’ultimo congresso del Prc di Chianciano del luglio 2008 quando se ne andò anche Vendola.

Nell’ottobre 1998 Bertinotti unì tutto ed il contrario di tutto, da Vendola agli ex cossuttiani di Grassi, da Ferrero a un pezzo dei trozkisti di Maitan, per mettere in minoranza i cossuttiani ed impossessarsi finalmente del Partito.

Nel luglio del 2008 Ferrero ripete il funerale unendo tutti contro Vendola.

Le piccole tragedie spesso si ripetono in farsa.

Ma tornando al primo funerale, quello vero del Prc, si perdono le tracce di uno sparutissimo gruppo di compagni che tentò di impedire quel suicidio.

Io, pur essendo in dissenso rispetto alla svolta bertinottiana ed alla decisione di far cadere il governo Prodi, non ero organicamente parte dell’area cossuttiana ed ero molto preoccupato dell’esito di quello scontro.

Per questo motivo nel corso di quel famoso Comitato Politico Nazionale espressi la mia proposta di dichiarare una tregua per rinviare il confronto nella sede congressuale, valorizzando l’unità del partito e la necessità di tenere aperto il cammino della Rifondazione.

Oltre al sottoscritto il documento numero 4 venne sottoscritto da Gian Paolo Patta e da Pino Chiezzi, consigliere regionale in Piemonte.

Ricordo il sarcasmo delle due armate pronte alla battaglia contro la nostra proposta.

Ed ebbero ragione: su 329 votanti, il nostro documento ottenne in tutto 5 voti.

Oltre ai tre sottoscrittori ci votarono solo una compagna operaia della Zanussi ed un consigliere comunale di Udine: la prima poi rimase nel Prc, il secondo aderì al Pdci.

E’ una magrissima consolazione esprimere al giorno d’oggi la volontà di voler riunire nella federazione della Sinistra i due partitini comunisti nati da quella divisione.

E peraltro lo si esprime ma non lo si fa.

Per la cronaca votarono invece per Bertinotti in 188, per Cossutta in 112 e per Ferrando in 24.

Dopo quella riunione in piccolo di moltiplicarono le conte e le divisioni in tutti i territori.

Quando toccò farlo a Treviso io ero Segretario provinciale e Zeno era Presidente del Comitato politico provinciale.

Io sapevo che Zeno, Patrizio e molti altri, per me compagni molto importanti, erano già al lavoro per la costruzione del Pdci.

Erano i giorni delle elezioni comunali di Treviso e stavamo cercando in qualche modo di tenere unita la diaspora in una unica lista chiamata Sinistra Trevigiana che aveva come simbolo la panchina rimossa dal Sindaco Sceriffo Gentilini e che da allora è sopravvissuta come contenitore unitario a sinistra: non andò bene e prendemmo il 2,9% ma rientrammo comunque in Consiglio.

La riunione di quel Comitato federale si svolse in un clima ovviamente duro e freddo.

Zeno da Presidente del Comitato federale, malgrado avessimo concordato nei giorni precedenti di prendere tempo rispetto alla decisione finale, aprì i lavoro spiazzandoci tutti con la sua tradizionale disarmante franchezza: “Cari compagni inutile prenderci in giro, sono già pronte le tessere del Partito dei Comunisti Italiani per impedire la deriva massimalista bertinottiana”.

Quando diede la parola a me per la relazione introduttiva era ovvio che il clima fosse già esplosivo.

Ricordo e non riporto alcune secche minacce reciproche di passare dal confronto dialettico a quello fisico, ma una di queste passò ai posteri, pronunciata da un compagno operaio della vecchia guardia nei confronti di un giovane che ho scoperto poi recentemente essere finito in Forza Nuova che cercava di sfotterlo ed interromperlo: “se no te ghea moi te dago na scarpata in tei dent”.

Ironia della sorte: la mia relazione, che ripeteva il senso del documento che avevo presentato senza successo a Roma, venne votata a maggioranza, ma ormai le strade andavano dividendosi.

Ho trovato proprio in questi giorni nel fondo di un archivio di un compagno la lettera che inviai l’11 Ottobre del 1998 a Fausto Bertinotti, Paolo Ferrero e Mauro Tosi e a tutti i miei compagni di Treviso, spiegando le ragioni delle mie dimissioni.

Quelle parole mi suonano ancora attuali in modo perfino imbarazzante.

“Cari compagni

vi scrivo queste righe in un momento difficile per tutti, un momento che richiede scelte anche dolorose e, purtroppo, separazioni.

Quello che sta avvenendo in questi giorni nel corpo vivo del Partito era facilmente prevedibile: smarrimento e divisioni sono l’anticamera di una scissione ormai nei fatti avvenuta. A poco servono pronunciamenti ed atti di fede di questo o quel direttivo, di questo o quel segretario perché quello che registro in questi giorni è la profonda lacerazione di quel patto tra culture e provenienze diverse che ha rappresentato la ricchezza del nostro Partito.

Assieme a pochi e, inascoltati compagni ho chiesto nel comitato regionale ed in quello nazionale che si creassero le condizioni per un superamento tecnico della finanziaria [...] per arrivare ad un Congresso che cercasse unitariamente un adeguamento della nostra linea politica e della nostra visione strategica. Unitariamente, non unanimemente come spesso si è finto di fare nella storia di Rifondazione. Siamo stati derisi nel Comitato regionale e schiacciati da un dibattito chiuso ed autoreferenziale in quello nazionale. Gli appelli all’unità ora, cari compagni, giungono troppo tardi. 

Intendo presentare le mie dimissioni per segnare il mio disaccordo con la nuova linea politica emersa a maggioranza nel Comitato Nazionale. Lo faccio per correttezza e per rispetto nei confronti di quanti vorranno assumersi ora il compito di rappresentare a Treviso la linea del Prc. Lo faccio anche perché registro delle responsabilità gravi in quanti, inseguendo una logica di scontro interno al partito e di antagonismo alla stessa sinistra, non si sono resi contro della crescente distanza che nel frattempo si veniva a creare tra le opinioni e le aspettative di tanta parte della base del nostro partito, del nostro elettorato e dello stesso popolo della sinistra e le posizioni espresse da Rifondazione Comunista.

Come ho già avuto modo di dire ritenevo e ritengo gravemente insufficienti le proposte e le politiche del governo di centrosinistra, ritenevo indispensabile una svolta sociale che rispondesse ai bisogni delle classi subalterne, ritenevo giusto porre il Governo Prodi di fronte al famoso binomio “svolta o rottura”. Solo che, probabilmente sbagliandomi, avevo inteso che essendo la svolta il nostro obbiettivo, la rottura la si doveva considerare il nostro fallimento. Purtroppo troppi compagni “tantopeggisti”, ora entusiasti della caduta del Governo, evidentemente intendevano il contrario. Io ritengo quella di questi giorni una sconfitta pesante del nostro Partito, della nostra sfida, che nasce dall’accordo di desistenza, di tenere a sinistra una maggioranza confusa e pasticciona, che aveva sconfitto le destre di Fini, Bossi e Berlusconi. Qualcuno considera i fatti di questi giorni una vittoria. La prospettiva di una ricomposizione su equilibri più avanzati si rivela una chimera nel breve e medio periodo. Per quel che riguarda il lungo periodo, come ci ha detto intelligentemente, il nostro segretario nazionale “noi al massimo facciamo parte della cronaca, non della storia”. E’ tutta la sinistra ad avere perso e le responsabilità che ricadono innanzitutto sull’Ulivo e sui Ds, sono purtroppo anche nostre. Negarlo non serve a nessuno.

In questo momento sento il bisogno di riprendere il cammino della rifondazione e francamente non ritengo che ciò sia possibile nel Prc, se sarà possibile farlo nei Comunisti Italiani credo che lo sapremo, e lo scoprirò io stesso, presto.

Ma sono sicuro che le strade, l’impegno e la passione della sinistra e dei comunisti si incroceranno ancora spesso. Io già da oggi lavoro per questo.”

Quella riunione finì con solito mesto rito delle serrature cambiate, delle tessere strappate.

Creammo due debolezze: un Prc che passando per Genova e per i movimenti tornò poi a sostenere Prodi, per poi contribuire ancora a farlo cadere e scindersi nuovamente; un Pdci che non riuscì per un voto (veneto) a salvare Prodi e subì il governo D’Alema & Cossiga, il governo della guerra che poté solo rinviare il ritorno al potere di Berlusconi e Bossi.

Il Prc si rivoltò contro Bertinotti, il Pdci contro Cossutta in una nemesi senza più vincitori né vinti.

Ora riuniti, più che per forza che per amore, in una sgangherata Federazione della Sinistra, i due partitini sono fuori dal parlamento e boccheggiano nell’ultima schermata dei sondaggi elettorali: appena sopra il dato attribuito ai misteriosi “altri”.

 

Con Zeno abbiamo riflettuto a lungo sulle ragioni della sconfitta del progetto di tenere viva in Italia una organizzazione “liberamente comunista”, come lui ama chiamarla.

E forse è ancora troppo presto per dare un giudizio definitivo su cause e responsabilità.

Certo è che la scommessa è fallita.

L’Italia è un Paese strano dove nella Prima Repubblica, come ci ricorda Gaber, “Qualcuno era comunista perché c’era il grande Partito Comunista. Qualcuno era comunista nonostante ci fosse il grande Partito Comunista. Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio. Qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore Partito Socialista d’Europa.”

L’Italia è un Paese strano dove  nella Seconda Repubblica ci siamo ritrovati con i comunisti ridotti a gruppetto extraparlamentare e senza un forza politica che possa essere definita socialista o laburista a causa di quell’esperimento geneticamente modificato che è il Partito Democratico. Partito senza identità, che in Europa sta con i socialisti ma anche con i popolari, ma anche con i liberali. Che sta con la Cgil, ma anche no, che si definisce equidistante da capitale e lavoro, che non può scegliere nemmeno una qualsiasi proposta sui diritti civili e la laicità.

Quel partito è il frutto dell’antica ed eternamente fallita ambizione dei figli del Pci – plasticamente rappresentata nei tic, nell’intelligenza, nella saccente antipatia di D’Alema – non tanto di farsi accettare dai moderati, ma di rappresentarli direttamente.

Insomma il risultato è che in Italia per qualche strana maledizione azteca non possiamo avere né comunisti, né socialisti e non abbiamo chi rappresenta e difende il lavoro e i diritti sociali ed individuali.

Allora forse in una riflessione autocritica del fallimento del processo della rifondazione, dovremmo avere il coraggio di allargare il quadro della nostra analisi e ragionare a ritroso dei fallimenti di tutte le scissioni.

Se ha sbagliato Vendola nella scissione di Sel e prima di lui Cossutta nella scissione dal Prc, forse prima o poi dovremmo avere il coraggio di mettere in discussione la prima delle scissioni: quella del Prc dal Pds.

Non perché vogliamo continuare a riempire i fossi del famoso “senno del poi” e nemmeno perché non riteniamo altrettanto sbagliata l’operazione politica del Partito Democratico, ma perché l’ideologia e la nevrosi delle due sinistre, gli aspetti simbolici usati di volta in volta come clava e come foglia di fico, il cannibalismo dei gruppi dirigenti, l’irresponsabilità del politicismo ci hanno portato a disperdere un patrimonio umano prima ancora che politico e culturale enorme.

C’è ancora chi crede che il Prc dell’8% non c’è più perché ci saremmo compromessi con il governo, perché avremmo ceduto al richiamo dell’allarme democratico, perché non siamo stati duri e puri all’opposizione. Ce lo dicono i flussi elettorali che non è così: gli elettori non ci hanno bocciato perché abbiamo tentato di governare, ma perché non siamo stati capaci di farlo e questa è cosa ben più grave. Nel pieno di una crisi economica e sociale devastante i lavoratori ed i ceti popolari non cercano solo chi grida più forte in piazza, cercano anche chi conta dove si decide. E non ci trovano.

Da lì dobbiamo e possiamo ripartire con il nostro impegno per trovare un nuovo luogo ed un nuovo modo di essere i comunisti, italiani e rifondati, in una sinistra che non sia testimonianza, ma che sia capace di essere in connessione sentimentale con i giovani, i lavoratori, i ceti popolari che chiedono partecipazione e rappresentanza.

Non so come spiegarlo meglio che con questa ultima immagine.

Riunione sindacale in Cgil contro le manovre di Monti, una compagna interviene per chiedere che il suo sindacato sia più netto ed efficace nella difesa dei ceti popolari e che torni ad essere combattivo, forte della propria identità e chiude così: “(…) vedo perfino che qualche volta qui qualcuno si vergogna di chiamarsi compagno, io non sono d’accordo. Va bene aprirsi a tutti e dialogare con tutti, ma io sono della Cgil perché sono sempre stata del Partito Comunista e lo sono ancora (mormorii)… sì insomma del Partito come si chiama adesso: Democratico. Ma non si può andare avanti così, a fare sacrifici solo noi.”

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l’ora di fare i conti 4 (ovvero cosa è stata la Rifondazione di provincia)

lun, mag 13, 2013

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Giulio Andreotti è potuto morire sotto un bel governo democristiano, ha dovuto aspettare ma ci è riuscito. Bertinotti annuncia che la sinistra è morta: ok ma almeno ora vai a costituirti…

Vendola e Sinistra Ecologia e Libertà vedono sfumare l’idea stessa di coalizione di centrosinistra, e quindi gran parte della sua stessa ragion d’essere fondativa.

All’indomani del governo Letta Alfano, Vendola lanciava l’idea di una cantiere per una nuova sinistra, poi purtroppo si è accontentato di una manifestazione di partito.

Nel Pd è in atto con confronto vero e duro e nella base la rivolta non è stata tanto facilmente sedata. Se perfino un vero demokrat come Serra invita a riflettere sul fatto che il Pd in queste condizioni non è più quello che aveva promesso di essere, evidentemente la transizione post-socialdemocratica è fallita.

Nella ex sinistra radicale e comunista ormai bussano, non figurativamente, gli ufficiali giudiziari (sento perfino che la girandola di scissioni da pianerottolo non sarebbe finita e che quindi vi sarebbe in arrivo una scissione dal Pdci per rientrare nel Prc…).

Eppure mai come in questo momento servirebbe una sinistra unita, popolare, fondata sul lavoro ed i diritti.

Qual è la maledizione italiana per la quale non possiamo averla?

Continua la pubblicazione delle mie piccole memorie della Rifondazione di periferia.

 

 

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Postfazione

 

Zeno, i comunisti ed io.

 

di Nicola Atalmi

Zeno era ed è sempre stato questo: il compagno del dialogo, della mediazione, del confronto. Quello delle missioni impossibili insomma.

Ma c’è un altro flash di quella festa che mi rimarrà sempre impresso.

Il 19 agosto del 1991 Gorbaciov venne trattenuto contro la sua volontà in una dacia in Crimea per impedirgli di firmare il nuovo patto federativo che avrebbe, di fatto, avviato lo scioglimento dell’Urss, mentre contemporaneamente a Mosca sei alti dirigenti del Pcus tentarono quel colpo di stato che venne fermato da Eltsin e portò al definitivo dissolvimento dell’Unione Sovietica.

Gli echi degli ultimi bagliori della stagione sovietica raggiunsero l’assolato ed indaffarato Foro Boario di Treviso dove i comunisti erano in festa.

A costringerci a discuterne per prendere una risoluta posizione contro il dissolvimento dell’Urss è una figura anomala del Prc delle origini: il professor Malcolm Sylvers docente di Storia dell’Università di Venezia. Americano, ebreo, comunista.

Persona squisita e colta, tanto gentile e disponibile con tutti, quanto rigidamente ortodosso come solo un comunista statunitense poteva essere.

Di lui, mi perdoni il professore per la mia memoria traballante e politicamente scorretta, mi rimarranno per sempre due immagini indelebili, oltre alla discussione sul golpe sovietico sulla quale torno subito.

La prima è la faccia sbigottita di un vecchio compagno di Dp, operaio al petrolchimico e noto per le sue fulminanti battute, che quando lo conobbe la prima volta sbottò con un: “cossa insegneo questo? Storia degli Stati Uniti? Dusento anni de massacri e guerre e ghe xe anca un corso all’Università?”

La seconda è un incontro organizzato da alcuni compagni in una bellissima barchessa, non propriamente proletaria, per ascoltare il professor Sylvers che, appena tornato da un anno sabbatico nella Ddr, ci raccontava di come, pur tra molte difficoltà, il socialismo nella Germania Democratica resisteva. Ricordo che mi addormentai vergognosamente, cullato dai suoi racconti sul socialismo irreale in un salotto immerso nella penombra del primo pomeriggio.

Erano i primi mesi del 1989 e il sogno del professore comunista statunitense non sopravvisse al 9 novembre di quello stesso anno.

Ma torniamo alla riunione convocata in fretta ad un tavolo del ristorante della Festa.

Oltre al professore c’erano i compagni di allora della fase iniziale del Movimento per la Rifondazione Comunista che erano al contempo impegnati ai preparativi pomeridiani per la Festa: Patrizio Tonon, Gloria Brotto e Zeno che mi portò con sé per cominciare ad introdurmi nella dirigenza.

Il dibattito, per come lo ricordo, fu surreale.

Si incrociavano, e scontravano, l’ortodossia cattedratica (come ama definirla proprio Zeno), il pragmatismo cossuttiano, la riflessione critica ingraiana.

Insomma un po’ per un dissenso profondo, un po’ perché si riteneva non centrale per la classe lavoratrice veneta lo scontro di potere in corso a Mosca, un po’ perché c’erano da preparare le braci per le salsicce si trovò una mediazione che cercasse di scontentare un po’ tutti, ma non troppo.

E Zeno anche in quella occasione si occupò di mediare e ricomporre.

Il volantino scarlatto che ho recuperato grazie agli archivi segreti di Patrizio Tonon titolava perentorio: “I comunisti trevigiani e la situazione dell’Urss”.

E poi due facciate fitte di riflessioni contro il golpe, ma anche contro l’involuzione reazionaria e nazionalista di Eltsin. Contro la degenerazione della perestroika, ma anche pronti a dire che con l’Urss non moriva anche l’idea di comunismo. Contro il ceto burocratico sovietico, ma anche a difesa della memoria del ruolo dei sovietici contro il nazifascismo e per il terzo mondo. Contro la messa fuori legge del Pcus, ma anche consapevoli della necessità di trovare nuovi equilibri ed alleanze internazionali alla fine della guerra fredda.

Ai miei occhi di allora forse mi sembrò una mediazione al ribasso, ma la fatica della rifondazione passava di lì’.

Negli anni di episodi di quel tipo ne vivemmo parecchi.

Ad esempio la figura di Berlinguer non era ancora diventato quel santino buono per tutte processioni: da Renzi a Diliberto, da Vendola a Casini.

Era ancora l’ultimo vero leader del Pci e in quanto tale, anche il responsabile per alcuni di aver aperto alla mutazione genetica con la sua famosa frase sulla “fine della spinta propulsiva delle rivoluzione di ottobre” per altri di aver contribuito alle sconfitte operaie con la sua idea di compresso storico e di austerità.

E’ in quel clima che, quando arrivarono nella prima sede del Prc in via Filippin i rotoli dei manifesti che commemoravano Berlinguer, un indiscusso dirigente di provenienza cossuttiana ordinò ai giovani in sede presenti in quel momento di nasconderli nel bagno nella speranza che a nessuno venisse in mente di affiggerli.

Il rapporto di Cossutta e dei cossuttiani con Berlinguer è stato complesso e non sono in grado in questa sede di poterlo analizzare in profondità, ma posso testimoniare che al netto delle tensioni derivanti dagli strappi su vicende di alto valore simbolico, per tutti i comunisti è stato comunque un capo da seguire anche quando non si era d’accordo del tutto. E di capi così forse la sinistra sente più di tutto ora la necessità.

La prima sede del Prc era un piccolo appartamento al secondo piano in una palazzina elegante, trovata in fretta e furia proprio da Zeno, cui spettavano sempre tutte le incombenze finanziarie ed organizzative per le sue illimitate e spesso incredibili conoscenze.

Nel pomeriggio era quotidianamente invaso da decine di giovani dell’allora “Collettivo studentesco comunista” presente in tutte le scuole della città ed addirittura egemone al Liceo Artistico.

A Zeno e a me, ciascuno nei confronti della propria generazione, spettava il compito di operare la necessaria mediazione culturale per far accettare qualche spinello di troppo che circolava nelle riunioni, non proprio apprezzato dai compagni più maturi, e per calmare le ire della vicina del piano di sotto che protestava per un utilizzo notturno della sede da parte di giovani compagni in cerca di un posto tranquillo per incontri amorosi.

Il Prc cresceva in quegli anni grazie proprio a questa capacità di amalgama ed ebbe la sua massima espansione da queste parti in occasione delle elezioni comunali di Treviso del 1994.

Era il primo anno della elezione diretta del Sindaco e il centrosinistra ebbe la splendida idea di candidare un padrone storico di Treviso: Aldo Tognana.

Per noi fu naturale costruire una alternativa, anche sull’onda di un crescente consenso a livello nazionale grazie alla popolarità che cominciava ad avere Fausto Bertinotti.

Ricordo ancora che da subito Zeno mi propose di candidarmi a Sindaco, ma io che avevo 27 anni non me la sentivo e, scherzando, gli risposi che facevo ancora confusione tra i nomi delle porte storiche delle mura nostra città. Fummo tutti subito d’accordo che doveva essere lui a candidarsi.

Su questo non si è mai tirato indietro.

Zeno fece una campagna straordinaria, anticipando alcune novità comunicative che altri capirono solo molto più tardi come i manifesti elettorali con il suo volto leggermente offuscato e la scritta “Votatemi per le mie idee non per la mia faccia”.

Poi venne a chiudere la campagna elettorale Bertinotti, da poco divenuto segretario nazionale, con il quale Zeno tenne una iniziativa straripante a Palazzo Rinaldi dove se ne uscì con una battuta folgorante che segnò tutta la campagna elettorale: “Treviso è una città che galleggia sulla merda” riferendosi alla cronica mancanza di fognature del capoluogo molto curato solo negli aspetti esteriori.

Dopo l’iniziativa in pizzeria, quello che solo dopo divenne il sub-comandante Fausto, ebbe l’ardire di sfidare Zeno su un pronostico sul risultato elettorale.

Zeno, spericolato come suo solito, rispose con sicurezza che avrebbe preso il 7%, suscitando le risa di Bertinotti che accettò di scommetterci una cena.

Del resto in quegli anni il Prc navigava tra il 5% ed il 6% e a Treviso era attorno al 3,5%.

Inutile dire che Zeno con un exploit che sorprese tutti prese proprio il 7% e Bertinotti lo chiamò per congratularsi. Ma la cena è ancora in sospeso…

Fu una campagna elettorale entusiasmante con un porta a porta in tutta la città di squadre di volantinatori che mescolavano giovani alternativi a signore della “Treviso bene”, pensionati a professori, squadre di operai della De Longhi a quelli della Zanussi, compagni di base a volontari nemmeno iscritti al partito.

Una volta eletto Zeno decise per di più di dimettersi per dare il posto a me che ero il capolista, dimostrando ancora una volta il suo impegno disinteressato e sempre volto a sostenere e promuovere i giovani e non solo a parole.

Queste brevi e parzialissime memorie appena ripercorse mi servono per arrivare ad una riflessione generale sulla vicenda dei comunisti e della sinistra, con lo stesso sguardo orgogliosamente provinciale delle memorie di Zeno, con la sua stessa ambizione però di trarne un ragionamento più generale.

 

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Dacca, il Primo Maggio e le nostre vetrine

sab, apr 27, 2013

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Sarebbero oltre 1125 i lavoratori uccisi dal crollo del Rana Plaza di Dacca nel Bangladesh. È laggiù che ormai da almeno dieci anni tutti i grandi marchi globali dell’abbigliamento hanno delocalizzato le loro produzioni.

Lavoratori pagati 30 dollari al mese senza regole e diritti, in fabbriche fatiscenti e con una miseria che spinge ad accettare qualsiasi condizione, hanno permesso ai marchi della moda di moltiplicare i propri profitti in occidente: per questo si sono chiuse qui tutte le fabbriche, buttando sulla strada migliaia di contoterzisti locali ed i loro dipendenti da noi per andare a produrre lì.

Ora fioccano, come è già accaduto in passato, i comunicati stampa di smentita dei nostri “imprenditori” della moda come Benetton, che negano di aver sfruttato i lavoratori del Rana Plaza. In realtà il sistema delle subforniture e delle concessionarie locali spesso impedisce di ricostruire la filiera produttiva degli abiti che poi arrivano nei nostri negozi del made in Italy. Diranno che loro non c’entrano, esprimeranno condoglianze e promuoveranno qualche nuova campagna di comunicazione sociale. E così tutti saranno ancora una volta assolti e di quel palazzo-fabbrica infernale a Dacca presto non ci ricorderemo più.

Invece sarebbe bene cominciare a ribaltare il ragionamento e l’onere della prova.

Nel 2003 la Benetton venne travolta dall’accusa infamante di avere subfornitori in Turchia che sfruttavano lavoro minorile e ad un dibattito televisivo con Gad Lerner e Toscani, che al tempo ancora ne curava l’immagine, venni invitato assieme ai militanti di una campagna di sensibilizzazione su questo tema. Anche lì l’azienda si difese sostenendo che non riusciva sempre a controllare come i propri subfornitori e concessionari locali producevano per loro. Questo è il nocciolo della questione ed io domandai ad un infastidito creativo Toscani in veste di garante della Benetton che noi, come consumatori chiedevamo esattamente l’inversione dell’onere della prova: “sei tu Benetton che devi dirmi se sei in grado di garantire e certificare che il prodotto che mi vendi non sia frutto di sfruttamento e morte. Sei in gradi di farlo? No? Allora io consumatore, per sicurezza, non compro i tuoi prodotti.”
Vale anche per tutte quelle aziende che non sono in grado di garantire di non produrre nelle tante Rana Plaza che vestono l’occidente.

Per questo Primo Maggio se vogliamo onorare i morti di Dacca dobbiamo cominciare a ragionare così: un consumatore informato e consapevole qui può aiutare un lavoratore sfruttato lì.

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l’ora di fare i conti 3 (ovvero: il problema è il Pd?)

lun, apr 22, 2013

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Il problema è nel Pd.

Non lo dico io, che provenendo dalla disastrata ex sinistra-radicale avrei ben poche lezioni e suggerimenti da dare. Lo dicono intelligenze di primo piano dello stesso Pd.

Civati ammette che il problema vero non era decidere di votare Rodotà, ma che alla decisione, che peraltro non è nemmeno venuta, non sarebbero seguiti i voti.

Lo conferma anche Orfini che aggiunge un perentorio “però no a governissimi” anche se sappiamo tutti quali sono le condizioni poste da Napolitano e quanti nel suo partito non vedano l’ora di accettarle quelle condizioni. E lo sa anche lui che è un ragazzo sveglio.

Il più duro è Cofferati, uno dei 45 fondatori del partito, che parla di tradimento delle ragioni fondative del Pd che avrebbe voluto essere soggetto progressista e della sinistra riformista e non è riuscito a decidere nemmeno di iscriversi al Pse. Figuriamoci a votare Rodotà.

Ma anche senza guardare da sinistra alle miserie di questi giorni, un Partito che impallina nel segreto dell’urna il suo padre fondatore Prodi, forse non è nemmeno più un partito.

Non mi ha mai convinto il progetto del Pd che pretendeva di amalgamare due (o tre) culture vicine ma distinte come quella proveniente dal Pci, quella proveniente dalla Dc (e quella liberale).

Non lo consideravo utile. In questi giorni abbiamo capito che non è nemmeno possibile.

Qualche spunto dalla terza puntata di Zeno, i comunisti ed io, perché ancora si parla di unità e di scissioni, di sinistra e di identità.

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Postfazione

Zeno, i comunisti ed io.

di Nicola Atalmi

Quando poi sono cominciate le infinite scissioni è cominciato il declino. Se ne contano sei.

Tre minori: i Comunisti Unitari ai tempi del Governo Dini, poi tutti confluiti nei Ds e poi ancora nel Pd, il Partito Comunista dei Lavoratori nato contro la partecipazione del Prc al secondo governo Prodi e Sinistra Critica sempre della diaspora trotzkista.

Le tre maggiori invece sono state quella guidata da Cossutta del Partito dei Comunisti Italiani che ha riguardato proprio noi, quella recente di Vendola con Sinistra Ecologia e Libertà, ma secondo me la scissione maggiore e più grave è stata quella individuale di tante compagne e compagni che se ne sono andati nel tempo, delusi, amareggiati, schifati dalla interminabile litania di divisioni e scissioni che ha dilaniato la sinistra ed i comunisti.

E’ la scissione peggiore perché riguarda tutti a sinistra e della quale siamo tutti responsabili.

E’ la scissione di chi ha dato un giudizio inappellabile di inaffidabilità alla sinistra di alternativa negli anni che vanno dal bertinottismo in giù e turandosi naso e occhi è tornata ai Ds e poi al Pd, o nell’astensionismo o nel voto di protesta.

E’ la scissione, silenziosa e quotidiana, di militanti ed elettori che dal 9% l’ha precipitata sotto il 2%.

Ma cos’era, invece, la Rifondazione delle origini?

Zeno con la sua storia politica ed il suo percorso che si intreccia con chi, come me, viene da altri retroterra, ce lo racconta meglio di molti saggi politologici.

Per chi come me veniva da un impegno, quasi disperato, in una Dp in liquidazione, l’incontro con i compagni che vengono dal Pci significa scoprire una dimensione diversa.

Il Prc nasce in una realtà democristiana e leghista come quella di Treviso con dimensioni e radicamento territoriale che ora non sfigurerebbero in un grande partito della seconda, liquida, repubblica: dagli 800 ai 1000 iscritti nei primi anni con 26 sezioni in tutto il territorio ed una grande sezione di fabbrica alla Zanussi di Susegana.

La spinta propulsiva iniziale del processo della Rifondazione è tale da suscitare entusiasmi e partecipazione, da richiamare all’attività molte persone che negli anni decadenti del Pci di Natta e Occhetto si erano messi in disparte.

C’è la voglia di dimostrare che “il Pci siamo noi”, sfida spericolata che inorgogliva anche chi come me del Pci non lo era mai stato.

Del resto i primi test elettorali sono sorprendenti e nelle due capitali del nord il neonato Prc nel 1993, con ancora un simbolo provvisorio, surclassa il Pds: a Torino Rifondazione prende il 14,6% contro il 9,55% del Pds, a Milano il Prc prende il’11.4% contro il’8,8% del partito di Occhetto.

E nei territori intere sezioni rifiutano l’ammaina bandiera occhettiano trasferendosi con tutti i militanti e le sedi nel Prc come a Marghera, ma anche a Nervesa della Battaglia.

Seguiranno anni di costose e dolorose vicende legali per la proprietà delle sedi con amicizie e parentele che si lacerarono insanabilmente.

Un esempio plastico di questa sfida fu la prima festa che si tenne al foro boario di Treviso nel settembre del 1991, non c’era ancora un giornale al quale dedicarla, non si era ancora tenuto congresso fondativo del Prc, ma già i compagni mettevano in piedi nove giorni di “Festa di Rifondazione Comunista” con ristorante tradizionale, enoteca gestita dalla sezione di Spresiano, birreria autogestita dai giovani. E poi concerti di musica africana, un comizio di Sergio Garavini, un dibattito tra Diliberto e Sacconi, cineforum ambientalista e perfino una serata dedicata al rugby.

Si voleva dimostrare che il nostro progetto ambiva ad essere in continuità con la migliore e più grande tradizione del Partito Comunista, anche per il fatto di farla nel luogo delle più importanti vecchie feste dell’Unità.

Ma aggiungendoci un quid di spericolatezza.

Al tempo andava molto in voga, per convincere i riottosi di quanto fosse sbagliata la svolta occhettiana, accusare la proposta di dar vita al Pds di essere una operazione verticistica dei quadri dirigenti che tradivano la base.

Fu in gran parte effettivamente così e così del resto veniva percepita da gran parte del corpaccio militante del Pci.

Per questo nell’iconografia della nascita del partito della Rifondazione Comunista si usava l’esempio della piramide rovesciata a simboleggiare un Partito dove avrebbero contato i militanti e non i funzionari, e i dirigenti burocrati.

A Treviso prendemmo sul serio la metafora.

Al povero compagno Bruno Goggi, gentilissimo e pazientissimo architetto comunista, venne affidato il compito di costruire una piramide rovesciata all’ingresso della Festa.

Presto ci accorgemmo che i paradossi retorici non vanno d’accordo con la fisica.

Un gruppo di sudati compagni bestemmianti agli ordini del compagno architetto riescono in qualche modo a costruire un complicato groviglio di tubi innocenti che, ricoperti di tela, rappresenta una piramide rossa rovesciata che sormonta l’ingresso. Per entrare alla Festa tutti sarebbero dovuti passare, non senza qualche inquietudine, sotto la sovrastante piramide rossa rovesciata.

I vigili urbani ed i tecnici del Comune, chiamati a verificare le condizioni di igiene e sicurezza della Festa, quando la videro ci chiesero se eravamo matti e minacciarono di non concedere l’autorizzazione: Solo dopo una firma di garanzia del compagno progettista che si assumeva ogni responsabilità, chiusero un occhio.

La festa fu un felice connubio di tradizione e modernità perché assieme alle salsicce ed alle mostre sul Vietnam che profumavano di vecchio sano Pci, c’era uno stand autogestito dai giovani con tanto di rampa da skate, molto frequentato da punk e graffittari e tanta musica mai sentita al di là del vecchio muro.

Quei giovani venivano dalla esperienza di una fanzine chiamata “Murales”, a cavallo tra il punk e la politica, e che poi diede vita alla Associazione Vilcabamba. Era un gruppo molto attivo e numeroso di giovani che si occupava principalmente di concerti, di spazi sociali e di antifascismo ed aveva, diciamo, un approccio piuttosto autonomo dal Partito usandomi sostanzialmente come loro ufficiale di collegamento.

Lo stand di questi ragazzi era tanto frequentato e vivace, quanto disastroso negli incassi  perché le birre bevute o offerte erano almeno il doppio di quelle vendute.

Fu incaricato ovviamente Zeno a venire da noi per affrontare la spinosa questione: venne allo stand, chiese una birra e la pagò, poi con la signorilità e la discrezione che lo contraddistinguono ci chiese se potevamo aumentare la proporzione tra venduto e bevuto, perché versavamo in un passivo pauroso.

Da quel momento i ragazzi rigarono dritti anche se temo fosse ormai troppo tardi per tornare a generare utili…

 

 

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l’ora di fare i conti 2

ven, apr 12, 2013

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Leggo di parecchi movimenti a sinistra: Barca, Vendola e Landini sembrano convergere sull’idea che serva una rappresentanza politica unitaria del lavoro, un partito della sinistra. Che sia giunto il tempo di superare l’eterna anomalia italiana? Gli unici fermi o scomparsi sono quelli della fu sinistra radicale: dal Prc e dal Pdci mi sembra di vedere un fuggifuggi generale, due microeserciti in rotta senza più idee, voti, militanti e soldi. Ma sempre con tanti generali e tutti convinti di aver ragione e pronti a ricominciare con le sconfitte.

Forse è una occasione storica per fare un bel CTRL+ALT+CANC  davvero, magari imparando tutti (io per primo eh) dai propri errori.

Uno fra tutti lo stiamo vedendo in questi giorni con la triste e un po’ patetica vicenda di Ingroia.

Qualche spunto dalla seconda puntata di Zeno, i comunisti ed io.

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Postfazione

Zeno, i comunisti ed io.

di Nicola Atalmi

Fin dall’inizio io devo confessare che avevo una curiosità quasi morbosa, ed una simpatia istintiva, per questa pattuglia di irriducibili che avevano attraversato, quasi indenni, i mefitici anni ’80 nel Pci rimanendo comunisti. Anche se tra i miei coetanei nella Fgci non c’era nessuno che avesse rapporti con costoro, perché i ragazzi erano tutti più o meno gravitanti nell’area ingraiana.

Ricordo ancora – era l’inizio del 1990 in prossimità del XIX Congresso del Pci, quello della svolta Occhettiana – lo sguardo stupefatto di una dirigente della Fgci locale, quando incontrandola ad un concerto punk al Mithos le chiesi se potevo avere (allora non bastava “googolare”) una copia del terzo documento “Per una democrazia socialista in Europa” quello il cui primo firmatario era Cossutta.

Non era popolarissimo il vecchio Armando negli ambienti che frequentavo ovviamente, malgrado io facessi notare, in modo un po’ spregiudicato a dire il vero, che il suo era l’unico documento congressuale che proponeva la depenalizzazione delle droghe leggere.

Ma da quell’incontro al concertino di Santa Bona con Zeno, pur magari tra qualche reciproca diffidenza, iniziò un lungo cammino assieme.

Non mi nascondo che forse pogare ai concerti dei Cccp urlando a squarciagola che “voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale, la stabilità” e poi incontrare i seriosi esponenti dell’ortodossia cossuttiana aveva una sua paradossale ed estraniante continuità.

Non che Zeno rappresentasse bene l’archetipo del cossuttiano filosovietico: una persona aperta e generosa, intellettualmente curiosa, anticonformista e pure impegnato a difendere i padroncini artigiani con la sua associazione!

Ma fu proprio lui il mio primo contatto con quel gruppo con il quale andammo a costruire il Movimento per la Rifondazione Comunista.

Da lì seguirono incontri più o meno clandestini tra una pattuglia di scapigliati demoproletari e un gruppo di compassati compagni del Pci.

Ricordo con una certa emozione la prima volta che ci incontrammo proprio nella sede storica del Pci in Riviera Margherita. In quell’occasione facemmo outing, come si dice ora, e la riunione ovviamente non passò inosservata tra quanti invece intendevano seguire Occhetto nell’avventura de “la cosa”, anche se in realtà le nostre riunioni si limitavano a qualche annusamento reciproco. Oltre a Zeno conoscemmo in quell’occasione anche Patrizio Tonon.

A Roma ed in altri luoghi del Veneto, soprattutto a Padova per la storia complicata di quella città ferita dal conflitto tra l’Autonomia ed il Pci culminato con il processo 7 Aprile, il percorso di avvicinamento registrava parecchie frizioni. Dalle nostre parti, forse perché avevamo poco da perdere, già giravano dei volantini, diciamo anticipatori, firmati “Democrazia Proletaria per la Rifondazione Comunista”.

E’ proprio sulla notevole differenza dei processi dal livello nazionale a quello dei territori che andrebbe indagata la vicenda della Rifondazione Comunista, dalla sua crescita, quasi impetuosa, fino al suo inesorabile declino.

Mentre nelle lunghe fasi nazionali di costruzione del Prc pesavano molto i posizionamenti politici e gli aspetti ideologici, nel territorio la vicenda assunse una sacco di declinazioni diverse, ma tutte sempre più legate al vissuto delle lotte, dei territori, delle persone.

Quando il Pci decise di portare a compimento la propria mutazione genetica, preparando e poi compiendo la svolta della Bolognina, scatenò uno tsunami emozionale che attraversò famiglie, storie, fabbriche e che non riguardò solo il Pci, ma anche chi faceva politica a sinistra e inevitabilmente lo faceva in rapporto, positivo o negativo che fosse, con il grande partitone.

Si tratta insomma di una cesura per tutta la sinistra che costrinse tutti a fare i conti con quella grande anomalia italiana che è stato il Pci.

Dal racconto di Zeno in questo libro si coglie proprio questo aspetto e molte ed autorevoli sono state le opere che hanno scandagliato questa fase che è stata assieme drammatica ed avvincente, penso fra le più recenti quella di Luca Telese con “Qualcuno era comunista”.

Ma nella traccia del vissuto territoriale si capisce anche quale esperimento straordinario sia stato il progetto della Rifondazione Comunista.

Nel momento in cui il Pci, che era riuscito ad essere assieme il più grande partito comunista dell’occidente, ma anche il più grande partito socialdemocratico non dichiarato d’Italia, decide di portare a compimento la sua trasformazione nella identità anche simbolica e nominale, è inevitabile che tanti accorressero a cercare di occupare quello spazio: sia chi pensava che la tradizione ed i valori comunisti finalmente potessero tornare alla purezza delle origini dopo il deviazionismo modernista, sia chi pensava invece che si potessero liberare nuove energie radicali a sinistra una volta tolto di mezzo l’ingombrante moloc di Togliatti-Longo-Berlinguer.

A queste due tendenze, mi si perdoni la semplificazione eccessiva, che rivelano in filigrana proprio le figure dei due fondatori, Cossutta e Bertinotti, ma che non si esauriscono in esse, si aggiunse una terza non marginale componente, che forse non è mai stata adeguatamente valutata, che è quelli di chi, molto semplicemente, non aveva capito, giustamente direi io ancora oggi, cosa diavolo avesse in mente Occhetto con la svolta e che quindi non ci stava a seguire quella “carovana” senza identità, peraltro senza nemmeno aver fatto i conti, positivi e negativi, con la storia del comunismo né tanto meno con quella della socialdemocrazia.

Insomma mi riferisco a tutti quelli che non erano nostalgici del “baffone”, non erano “kabulisti” come si diceva allora per indicare chi difendeva (forse a ragione con il senno del poi?) l’invasione sovietica in Afghanistan, ma nemmeno erano seguaci dei “gorghi ingraiani” o dell’intellettualismo del gruppo de il Manifesto ma che avevano un partito grosso, di massa, con una storia pulita, un partito del quale essere orgogliosi, dalla parte dei lavoratori e che non ci stavano a liquidarlo sull’altare della confusa modernità occhettiana.

Ecco: la Rifondazione Comunista, fuori dalle storie di parte dei tanti che l’hanno fondata e affondata, amata e poi odiata, scissa e ripudiata, riscoperta e tradita, è una storia plurale, di meticciato culturale, di sperimentazione, di incontro e scontro tra generazioni e storie diverse.

Ed è cresciuta nel Paese finché è stata questo.

continua…

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