Il fascino indiscreto di Monti al funerale del centrosinistra

Sab, Gen 14, 2012

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mario_monti

Per lavoro mi capita spesso di incontrare il fenotipo dell’elettore piddino.

Avete presente l’ex pci, iscritto alla cgil?

Molto moderato e molto “responsabile”?

Quello che brontola sempre contro “Il Partito” ma poi lo vota sempre?

Quello che Bertinotti ancora lo odia dal 98…

Quello che si smazza tutti i volantinaggi ed i gazebo anche se c’è da eleggere un ultrademocristiano con la stessa passione con la quale diffondeva l’Unità negli anni ’70?

Quello che accettava i sacrifici del Berlinguer dell’austerità come quelli di Amato e di Prodi?

Quello che gli puoi catapultare Di Pietro al Mugello e non fa una piega?

Beh ci siamo capiti… quello lì.

Con tutti i suoi pregi ed i suoi difetti.

A quell’elettore piddì  ‘sto Monti gli piace proprio.

Come a molti altri italiani a vedere i sondaggi a dire il vero.

E infatti il Caimano, che i sondaggi li conosce e li sa usare, mica lo fa cadere il governo che lo ha cacciato dal potere.

Ma al mio ragionamento ora interessa quell’elettore lì: lo zoccolo infrangibile del centrosinistra.

Dopo anni di una destra sgangherata con Berlusconi e Bossi, alternata a qualche anno di centrisinistri traballanti con Mastella, Turigliato e Luxuria, quell’elettore lì si gode soddisfatto un governo tecnico, moderato, misurato, compassato.

Con quel loden sul treno ed il cotechino con la moglie a capodanno.

A quell’elettore lì questo governo gli ha bloccato l’adeguamento della pensione al costo della vita (perché lo zoccolo duro è pensionato per definizione), gli ha aumentato l’iva e la benzina.

E gli ha pure rimesso l’ici.

Ma a lui gli piace il Monti…

Perché sa che bisogna fare sacrifici per il bene del Paese.

E quel Monti lì gli sembra una persona per bene che manterrà le promesse.

Ecco, ogni volta che li sento parlare questi compagni, perché sono compagni e lo sono nel senso più pieno e genuino del termine, penso a come il compassato commissario Monti, con quel sorriso discreto, mentre ci impone una ricetta mediamente di destra e liberal-liberista lacrime e sangue, stia anche traghettandoci alla terza repubblica, stia anche cambiando ancora il Partito Democratico e stia seppellendo allegramente il centrosinistra.

lo ha capito Di Pietro con il suo fiuto contadino. E lo dice

lo ha capito Vendola con la sua intelligenza navigata. Ma non lo dice.

Ecco: prima ci accorgiamo che il centrosinistra per come lo conoscevamo non esiste più (io per primo che ne sono sempre stato un pasdaran) meglio è…

Che volete che sia nel 2013, sempre che non sia candidato a furor di popolo proprio il Monti, creare un bel grande centro con Casini, Fini, Montezemolo e compagnia, dopo aver digerito le politiche di destra del banchiere compassionevole?

Con il Pd a rimorchio e Bersani mogiomogio a fare il Ministro a qualchecosa?

Chi si ricorderà più della fotografia di Vasto? Delle narrazioni di Vendola e di quel rompiballe di Di Pietro?

Non sarà indolore, no.

Ma succederà.

Facciamo qualcosa prima?

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Figuracce padane: i leghisti preferiscono gli autobus cinesi

Mer, Gen 11, 2012

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autobus cinese

Ho deciso di cominciare il nuovo anno dedicando tutte le mie amorevoli attenzioni ai cari leghisti.

Lo faccio perché la sfrontatezza con la quale sono passati all’opposizione tentando di ergersi a paladini dei lavoratori e pensionati dopo aver retto il sacco a Berlusconi per tutti questi anni lo trovo vomitevole.

Stanno tentando di farsi passare per fustigatori dei costumi pubblici denunciando il cotechino di capodanno di Monti quando loro reggevano Berlusconi che caricava quintali di escort sugli aerei presidenziali.

Si stracciano le vesti in difesa delle imprese nostrane strozzate dal sistema creditizio e poi investono la cassa del Partito (soldi pubblici romani) in strani fondi di investimento africani o norvegesi.

E allora nel giro di una sola settimana ho fornito due esempi concreti delle loro balle.

Prima il prosindaco Gentilini che usa l’auto di servizio per andare allo stadio, ma ora ho scoperto una cosa ancora più succulenta.

L’azienda di trasporto trevigiana, Actt servizi, a totale e stretto decennale controllo leghista, trovandosi nella necessità di rinnovare il proprio parco di autobus, ha ben pensato di acquistare 12 autobus cinesi!

Alla faccia delle tante chiacchiere contro la concorrenza sleale cinese e dei proclami in difesa del lavoro italiano (e padano), corre a comprare gli autobus cinesi della KingLong perché costano (e probabilmente valgono) molto meno.

Ovviamente non si tratta di mezzi moderni e attenti all’ambiente: niente metano né trazione elettrica, ma dei semplici vecchi diesel e per i pezzi di ricambio e la manutenzione dovremo affidarci ai cinesi.

E ovviamente niente lavoro per le aziende nostrane.

In un periodo di crisi come questo è un comportamento vergognoso che dimostra ancora una volta tutte le bugie leghiste.

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riformando allegramente

Gio, Gen 5, 2012

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attenzione-1

C’è crisi, c’è crisi!

Si perdono posti di lavoro, si delocalizzano le aziende. Le tasse aumentano e ristagnano i consumi.

Per questo serve un piano straordinario per rilanciare l’economia. E che diamine!

Per farlo bisogna subitosubito riformare il mercato del lavoro.

Si, insomma, mettere mano ai diritti del lavoro a dire il vero… che è una cosa diversa rispetto al mercato… ahimé.

Tipo ci dicono che è troppo difficile licenziare in Italia.

E del resto lo aveva denunciato il Wall Street Journal il mese scorso: in Italia c’è un diritti del lavoro di stampo sovietico che rende impossibile licenziare.

Si vede che gli imprenditori italiani sono bravi, perché invece ci riescono sempre benissimo.

Proviamo a chiederlo alle migliaia di persone in fila agli uffici del lavoro.

“Bisogna dare diritti ai giovani precari togliendone qualcuno a chi ha privilegi” piagnucola la Ministra Fornero.

Bene! Quali diritti vogliamo dare ai giovani precari e quali privilegi toglieremo ai privilegiati?

Piovono proposte di legge: il Pd ne dichiara 4, solo una il povero Sacconi.

Una proposta di legge è perfino firmata dalla onorevole Maria Anna Madia. Speriamo arrivi qualche giornalista ad intervistarla perché ce la spieghi con parole sue la proposta.

Una da Nerozzi, una da Damiano (ma pare essere la stessa della succitata e succinta Madia).

Una dall’infiltrato Ichino.

Che non si dica che noi siamo i soliti che sanno dire solo di no, i soliti conservatori che difendono i privilegi.

Leggiamoleggiamo

Finiti i proclami quando si arriva alla ciccia le questioni sono sempre le stesse: si possono vietare i contratti atipici? Molto difficile.

Diamo i diritti del lavoro a tutti a prescindere dalla fattispecie contrattuale come maternità, malattia, previdenza etc? No macchè, cose vecchie quelle.

Diamo ammortizzatori sociali ai precari, reddito di cittadinanza, reddito minimo garantito?

Beh sì si potrebbe ma non si capisce chi ci metterebbe i soldi.

Donna Marcegaglia ha già alzato le mani, l’Inps ha staccato il telefono, Monti ha detto che la Merkel non vuole.

Scommettiamo che ci diranno che potremmo fare una bella operazioncina in due tempi?

Crepi l’avarizia, facciamo in tre tempi.

Nel primo tempo togliamo diritti ai privilegiati: alla casta politica, avvocati, farmacisti?

No che avete capito? A quei fortunelli dei lavoratori dipendenti a tempo indeterminato. Già hanno la sfacciata fortuna di andare in pensione a 70 anni. Almeno che adesso diventi più facile licenziarli!

Questo si può fare subito per sicurezza.

Poi nel secondo tempo daremo finalmente diritti ai precari. Ma con calma. Adesso vediamo… magari facciamo prima una commissione, poi le audizioni, verifichiamo il quadro delle compatibilità economiche e quelle astrali e poi se ci rimane tempo nel rush finale della legislatura vediamo che si può fare.

Nella terza fase arriveranno le risorse, il nuovo welfare, gli ammortizzatori, la flexicurity.

Ma per fortuna per allora avranno fatto pulizia i maya.

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caro Babbo Natale ci porti una lobby pure a noi?

Ven, Dic 23, 2011

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Caro Babbo Natale

babbo che

In Parlamento e con il Governo contano le lobby abbiamo capito!

E infatti ce ne siamo accorti dal cosiddetto “decreto salva italia” di Monti

E’ forte la lobby del tassisti e quella dei farmacisti.

Inutile dire che conta molto la lobby della stessa casta dei politici.

Quella degli evasori è talmente forte che la Massoneria ha chiesto l’iscrizione.

Molto rappresentata ed influente quella degli avvocati come quella dei giudici.

Della lobby delle banche inutile nemmeno parlare come di quella vaticana.

Che dire della lobby dei baroni universitari?

Si sono difesi tutti dalla concorrenza, da chi voleva intaccare i loro privilegi, da chi chiedeva anche a loro qualche sacrificio.

E così la dottrina liberista della privatizzazione degli utili e della socializzazione delle perdite è stata applicata ai soli sfigati che non hanno nessuna misera lobby che li tuteli: i lavoratori.

Loro sì dovranno affrontare liberalizzazioni e concorrenza.

Loro si dovranno fare sacrifici.

Se poi sono giovani dovranno dimostrare di saper surfare sulla precarietà, ma sorridendo.

Se hanno lavorato solo 40 anni in fabbrica dovranno starcene almeno altri due.

Se sono così privilegiati da avere un contratto a tempo indeterminato dovranno perdere qualche diritto per tirar su di morale i giovani precari.

Caro Babbo Natale ci porti una lobby  pure a noi?

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Occhei la destra c’è. E la sinistra?

Mar, Dic 6, 2011

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marx

La manovra messa in campo da Monti è una onesta manovra di destra: si colpiscono sostanzialmente i ceti popolari e  quello medio, si lascia perdere la lotta all’evasione fiscale, niente patrimoniale per far pagare i ricchi, qualche taglio  (pochi) alla politica, nessuno alle pazzesche spese militari.

Quando gli effetti complessivi della manovra diverranno concretamente percebibili anche attraverso i tagli a cascata  delle regioni e degli enti locali, tutto sarà ancora più chiaro.

Anche ai tanti italiani che oggi hanno fiducia in Monti un po’ per paragone con il Governo di pagliacci di prima, un po’  perché la maggioranza degli italiani è moderata, un po’ perché hanno (giustamente) tanta paura per l’abisso del default.

E’ una destra normale, ovvero deleghistizzata e deberlusconizzata, quella che governa il paese e lo fa in continuità con  le politiche sbagliate delle destre francesi e tedesche, come nota giustamente oggi Fassina sul Corriere.

Una destra che ci marcia sullo spavento sociale palpabile rispetto ad una crisi globale che sembra senza uscita.

L’immancabile componente di anomalia italiana, rispetto a questa situazione di euronormalità, viene poi da un Partito  Democratico che si trova nella scomoda posizione di dover appoggiare questo governo sia per scongiurare un  peggioramento delle crisi ponendo rimedio al fallimento berlusconiano, sia per volontà del Presidente della Repubblica  che questa operazione ha architettato.

La destra c’è insomma nella politica come nelle forze sociali, nell’informazione come negli inossidabili interessi dei  poteri forti.

Ciò che manca è la sinistra.

E manca perché è il Pd che ha scelto di non esserlo, mentre il resto della cosiddetta sinistra radicale andava  allegramente suicidandosi.

Rimane per fortuna forte ed in campo l’opposizione puntuale e nel merito della Cgil, ma le manca un riferimento politico  di una sinistra che si schieri dalla parte del mondo del lavoro e che sia in grado, assieme al sindacato ed ai movimenti, di respingere l’offensiva liberista e padronale e suggerire ricette diverse.

Poco ci conforta che la sinistra sia fuori gioco anche a livello europeo e che nel vortice della crisi, accanto alla giusta protesta ed alla doverosa testimonianza, non cresca anche un movimento continentale di massa, politico e sociale, capace di esprimere una nuova via per uscire dalla crisi a sinistra.

Che è quello di cui c’è bisogno per davvero.

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I cieli stellati e la passione politica di Margherita Hack – il manifesto di oggi

Mar, Nov 29, 2011

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il-manifesto-logo

Margherita Hack dà il meglio di sé quando perde il filo del discorso per tornare a parlare di stelle. Si sente che è questo tutto il suo gigantesco cosmo sentimentale, prima ancora che la materia prima su cui ha speso una vita di lavoro.
Non è solo la sua strepitosa capacità divulgativa, dunque il suo talento di narratrice del tremendamente complicato, oscuro e matematico, che nella sua voce diventa un racconto decifrabile per il nostro semplice spazio cognitivo. E’ che lei da quell’enorme invisibile ha un rapporto così intimo e così emozionante che quasi lo seduce, lo tocca e lo manipola per spiegarci i meccanismi della vita e per farci aprire i pertugi dell’immaginario.
Il suo segreto, forse, sta nel tornare bambina, coi i suoi sorrisi aperti e gli occhi che si illuminano come i suoi cieli stellati. E’ per questo che Una margherita rossa, il piccolo libro confessione sul suo impegno politico, scritto a forma di intervista da Nicola Atalmi (Edizioni Datanews, pagg.142, euro 16.00), riesce meglio quando si piega verso la Margherita dei ricordi più intimi, che siano privati o astrali. Piccolo paradosso per un libro che vorrebbe invece documentare la profonda passione della Hack militante.
In realtà, quando Margherita la rossa parla di politica-politica, le sue parole si raffreddano. Avere quarantacinque anni di differenza, ma condividere la stessa densa nostalgia non è da poco. Lei del 1922, lui del 1967. Atalmi segue complice volteggi dei pensieri di questa donna incredibile. Entrambi militanti comunisti (lui è consigliere comunale a Treviso per il Pdci, con già una carriera politica), si parlano del passato, l’Urss e Gramsci, il Pci di Togliatti e di Giancarlo Pajetta e osservano il presente berlusconiano e leghista con un disincanto quasi archeologico. E parlano della sinistra e dei comunisti, come se ancora potessero disperatamente e poeticamente dire e fare qualcosa.
Ma è bella la miscela. Lei che negli anni Cinquanta si scontra con il machismo e i baroni degli Osservatori astronomici e dei centri di ricerca. Lei che accetta qualche anno fa di discutere con il Vescovo di Verona, di fronte a migliaia di persone, su Dio, la befana e la scienza. Lei che si dimentica, nel Circus di Santoro il microfono aperto e all’ennesima battuta razzista del suo vicino leghista lo manda affanculo in diretta, patteggiando poi duecentomila lire, un prezzo onesto – dice – per togliersi la soddisfazione. Lei, che nella sua totale razionalità, non rifiuta il nucleare né gli Ogm. Lei bimba ribelle, la mamma diplomata all’Accademia di Belle arti che lavora al telegrafo, il papà protestante, prima operaio alla Valdarno poi volontario alla società teosofica.
E infine lui, Silvio. Che nell’immaginario di Margherita la rossa non può essere che una stella nana. Cioè: “quello che resta di una stella quando muore, cioè quando esaurirà il suo combustibile”. E mentre spiega come funzionano gli astri, già ci dimentichiamo che vuole parlare di politica, tanto è bello il suo racconto sulle stelle.

il Manifesto

Fabio Bozzato

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Perché gli operai ed i precari non votano la sinistra

Lun, Nov 21, 2011

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precario

Una sinistra che volesse uscire dai luoghi comuni e dalle analisi autoconsolatorie dovrebbe imparare a leggere i dati reali che descrivono l’Italia di oggi, le paure, gli orientamenti elettorali, le autocollocazioni di classe, la parcellizzazione e stratificazione sociale.

Altrimenti rimane il tatticismo e le declamazioni testimoniali che hanno portato la sinistra ad una marginalità impressionante per un paese che vive una crisi economica e sociale così profonda.

Su “il manifesto” della scorsa settimana è stato pubblicato un articolo dell’ottimo Antonello Mangano che commentava la ricerca di Vincenzo Emanuele, ricercatore presso l’Università di Firenze,  sui flussi elettorali in relazione alla dimensione demografica ed alle variabili sociali.

Non è la prima volta che simili dolorose verità cercano di irrompere nelle solipsistiche discussioni della sinistra in crisi. Già lo fece Luca Ricolfi in “Perché le sinistre hanno perso” quando emerse come la relazione tra composizione sociale e voto sia strettamente legata alla dicotomia tra rischio e garanzia. Lo conferma anche questa nuova ricerca: votano preferibilmente a sinistra infatti i pensionati, i lavoratori dipendenti pubblici e quelli privati con contratto tipico a tempo indeterminato mentre votano preferibilmente a destra i lavoratori autonomi, le casalinghe, i precari ed in genere le persone con una scolarità inferiore. Risulta cioè una divisione che più che essere legata al reddito o alla reale collocazione di classe, è legata alla condizione di maggiori o minori garanzie per il futuro.

Per quel che riguarda i precari la scelta al momento del voto sembra il risultato di una propria autorappresentazione come di un lavoratore autonomo o una forma di autoimprenditorialità. I precari lavorano a fianco dei lavoratori “garantiti” che svolgono spesso funzioni analoghe ma con tutt’altre garanzie, diritti, redditi e futuro previdenziale e per questo, come per reazione, assumono orientamenti “di destra” sui temi del welfare e delle tasse, finendo appunto per autorappresentarsi come alternativi al lavoro dipendente tutelato dalla sinistra e dal sindacato.

A questa amara verità se ne aggiunge un’altra: il voto operaio transitato al nord verso la Lega. La classe operaia ha vissuto come un pericolo reale e imminente, ed evidentemente prioritario nell’orientamento della scelta del voto, sia la delocalizzazione produttiva sia l’utilizzo della manodopera straniera per comprimere diritti e salari. Ed è su questo hanno percepito la sinistra, in quanto antirazzista e genericamente più mondialista come una forza politica non in grado di tutelarli su questo piano.

Se poi si incrociano i dati anche in relazione al reddito o al territorio si conferma il sospetto che le grandi città favoriscono il voto a sinistra mentre le piccole alla destra (in particolare l’Udc al sud e la Lega al nord) e che la grande borghesia (quindi in qualche modo i garantiti dalla propria condizione sociale) abbia un tasso di voto a sinistra molto più alto che tra i disoccupati dove invece in maggioranza c’è un voto di destra. E che i pensionati sono la vera base del centrosinistra come è facile verificare frequentandone sedi e manifestazioni.

Questa ricerca ci conferma indirettamente anche la lettura dei flussi elettorali su dove sono andati a finire i voti della sinistra. A dispetto di quanti attribuiscono il crollo di voti della sinistra alla partecipazione ai Governi Prodi, infatti i voti del Prc, del Pdci e dei Verdi sono finiti in larga parte proprio ai partiti di governo Pd e Idv.

Io di dubbi non ne ho mai avuti in merito e l’ho detto, inascoltato, da qualche anno mentre tanti parlavano a vanvera della necessità di scegliere l’opposizione testimoniale contro tutto e tutti per risalire la china della nostra scomparsa istituzionale ed elettorale. Ma l’analisi della stratificazione sociale e di classe del voto a sinistra dovrebbe farci fare un passo in più nella nostra riflessione.

Innanzitutto dovremmo studiare questi numeri per capire nell’immediato quali potranno essere le conseguenze sociali della cura Monti ai conti pubblici in generale e nei confronti dell’elettorato di sinistra in particolare.

La vertenza generazionale su welfare e lavoro sarà uno dei campi di battaglia della uscita dalla crisi come anche l’insidiosa proposta di Ichino sul tema dei diritti del lavoro. E se pensiamo di cavarcela con qualche slogan in merito faremo una brutta fine.

Dovremmo mandare a memoria la fotografia del nostro Paese che emerge da queste ricerche anche per rimettere in discussione le fondamenta del nostro lavoro politico. Se non veniamo percepiti come utili da operai e precari, dai soggetti più deboli e sfruttati della società, dai meno garantiti la colpa non può essere che nostra.

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Monti, la Lega e i nostri compiti

Mar, Nov 15, 2011

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barca

“Salveremo il Paese e poi perderemo le elezioni, pazienza: va bene così”

Questa riflessione amara, e preoccupante, me l’ha confidata un vecchio compagno della Cgil, già militante del Pci.

Il centrosinistra si appresta a sostenere un Governo del risanamento, dei sacrifici, mentre la Lega corre felice all’opposizione dopo i tanti danni che ha contribuito a creare.

Nella Lega la fine della sacra e contronatura alleanza con Berlusconi viene vissuta come una liberazione nelle sezioni leghiste; una liberazione urlata sulle frequenze di radio padana; una liberazione che suona i tamburi dell’opposizione dura e pura strappandosi di dosso le sofferte grisaglie ministeriali.

I padanos non dovranno più allargare le braccia ed arrampicarsi sugli specchi di fronte ai continui tradimenti delle promesse bossiane su federalismo e sicurezza, basta compatibilità finanziarie, basta mediazioni con romani e siciliani: finalmente liberi…

Troppo facile però.

Riusciranno a far dimenticare le frotte di rospi ingoiati in cambio di un federalismo che non è nemmeno arrivato?

Come terranno a bada i plotoni di giovani professionisti della politica cresciuti in questi anni di vacche grasse in consigli di amministrazione e sottoincarichi di sottogoverno che dovranno tornare a fare gazebi e volantinaggi?

Ma c’è un’altra sfida che si profila all’orizzonte in questa nuova fase e riguarda la sinistra.

La Lega Nord è da tempo il primo partito per voto operaio in Veneto, Lombardia e Piemonte e largamente votato in genere dai ceti popolari ed i pensionati.

Una Lega che passa all’opposizione, contro un governo tecnocrate e rigorista appoggiato anche dal Partito Democratico ha davanti a sé praterie di potenziali  consensi.

La Lega sarà l’unico partito che potrà fare opposizione dentro al Parlamento ed è l’unica organizzativamente attrezzata per farlo efficacemente anche fuori dalle istituzioni: nella piazze, nelle osterie, nelle fabbriche.

La Cgil pare averlo capito e si è mostrata saggiamente guardinga nei confronti del nuovo esecutivo Monti che rischia di fare in campo sociale quello che nemmeno Berlusconi era riuscito a fare proprio per i veti leghisti.

Ma anche in una parte del Partito Democratico crescono queste preoccupazioni assieme a quella di essere ricacciato in un ruolo da comprimario mentre si ricostruisce un grande centro autosufficiente.

Allora alla sinistra spetta un compito doppio e difficile. Da un lato non possiamo lasciare alla Lega il monopolio dell’opposizione sociale alle ricette di risanamento della Bce, anzi dobbiamo schiacciarla sulle sue responsabilità e riverticalizzare quel conflitto che i leghisti nelle fabbriche e nei quartieri popolari in questi anni avevano efficacemente messo in orizzontale contro Roma, contro i migranti e contro l’Europa. Insomma: “basta paroni a casa nostra”.

Ma contemporaneamente bisognerà anche essere capaci di svegliare cervelli e coscienze a sinistra per impedire che l’emergenzialismo ed il superego della responsabilità seppelliscano quel clima nuovo che dai referendum alle vittorie insperate alle amministrative era nato a sinistra.

Una classe politica di ladri e cialtroni ha portato il Paese al disastro lasciando che precipitasse in una crisi che però ha ragioni ed origini altrove: nel capitalismo finanziario, nell’europa dei banchieri, nell’ideologia del mercato.

Ora un uomo che viene proprio da quei posti da dove vengono i problemi e le crisi dei nostri tempi, è chiamato a tenere a galla la barca.

Ma una volta tappate le falle e svuotate le stive dall’acqua, bisogna cominciare a remare e farlo cambiando rotta.


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e mo?

Ven, Nov 11, 2011

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reset

La caduta del Caimano e l’arrivo di Monti non terremotano solo il Pdl, ma pure la sinistra.

Con diverse, quando non opposte, posizioni infatti la sinistra ha costruito la propria linea in riferimento ad un quadro politico che prevedeva il centrosinistra e Berlusconi.

Mi pare si possa dire che entrambi al momento non ci sono più.

Il sospetto che Monti non sarà un ministro interinale con contratto trimestrale, ma ci porterà fino alla fine della legislatura a suon di risanamento lacrime e sangue, ha fatto strame delle tattiche e delle strategie della FdS, come di Vendola, come dello stesso Partito Democratico (o meglio della sua attuale maggioranza).

Vuol dire per la FdS che non vi sarà nessuna elezione anticipata con accordicchio tecnico elettorale per tornare in Parlamento, vuole dire che non ci sarà alcuna corsa alle primarie per Vendola e Sel dovrà assistere da fuori Montecitorio ad un Governo che cambierà molto probabilmente anche la legge elettorale e che straccia la famosa foto di Vasto sullo sfondo della quale veleggiavano lusinghieri sondaggi elettorali.

Vuol dire che Bersani viene lasciato invecchiare in panchina mentre le manovre neocentriste, frenetiche anche nel suo partito, pensano a scenari che piacciono molto a Uolter l’americano.

Vuol dire che anche la Cgil si troverà a dover affrontare un Governo che non è più nemico dichiarato magari, ma è perfino più insidioso nell’efficacia dell’applicazione di dolorose dottrine neoliberiste.

Insomma per la sinistra è l’anno zero

Che non è detto che sia una cattiva notizia in fondo…

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primarie e subito!

Mer, Nov 9, 2011

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berluska

Facciamo finta di essere in un Paese normale e con una sinistra normale.

Così per gioco….

Il Caimano cade malamente e si dovrebbe andare alle elezioni.

Al netto di governi tecnici o di transizione, si andrà al voto anche se non si sa ancora se con questa legge elettorale a fine gennaio o con il mattarellum (o giù di lì) a giugno.

A questo punto chi costituisce una alternativa al centrodestra (ed in un paese normale è il centrosinistra) dovrebbe attrezzarsi all’evenienza.

Perfino nei manuali delle giovani marmotte spiegano che servono tre cose per questa evenienza: una coalizione, un programma ed un leader.

Per quel che riguarda la coalizione siamo in alto mare perché una parte del Pd, temo anche molto consistente, non vuole un accordo Pd+Idv+Sel e temo tantomeno con l’aggiunta di Fds+ Verdi+Radicali+Psi.

Come è noto sono in corso da tempo lavori febbrili dei poteri forti e di alcuni giornali per assicurarsi che la fine del Caimano non consegni il Paese alla sinistra e purtroppo perfino nel Pd c’è ormai questo (autolesionista a dire il vero) orientamento.

Che questo obbiettivo si raggiunga prima o dopo il voto poco importa a lor signori perché badano alla sostanza dei loro interessi.

Di conseguenza gli altri due ingredienti fondamentali, programma e leadership, rimangono nel vago.

Se il quadro non fosse così negativo come io l’ho descritto sarebbe accaduto qualcosa: la convocazione delle primarie del centrosinistra.

Le primarie infatti avrebbero l’effetto salutare di far saltare i soliti giochini di palazzo e dare la parola al popolo democratico e di sinistra tra opzioni certo diverse ma non incompatibili, definirebbero il confine della coalizione, indicherebbero gli aspetti principali del profilo programmatico.

A quel punto tutti dovranno decidere da che parte stare sia nel Pd che nella sinistra.

Le primarie obbligano a due cose salutari in democrazia: scegliere e partecipare.

E di democrazia in questo Paese c’è tanto bisogno.


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