In questi giorni in cui Epifani, nuovo segretario del Pd, dice che non sopporta l’esistenza delle due sinistre e critica Sel per non aver rotto l’alleanza con il Pd che si alleava con Berlusconi, posto la conclusione delle mie piccole memorie (segno evidente di invecchiamento).
Lo faccio per chiudere una fase della mia vita, quella dell’impegno diretto nella politica e dedicarmi (tornare a farlo in realtà) alla Cgil dove nei giorni scorsi, dopo un regolamentare purgatorio, sono stato eletto nella segreteria provinciale.
Si parva licet, un percorso inverso a quello di Epifani.
Le sfide che ci aspettano sono grandi, forse troppo per noi. La Cgil dovrà essere in grado di indicare una uscita dalla crisi economica che non sacrifichi i diritti ed immagini un modello nuovo di sviluppo, ma anche capire il lavoro che cambia per rappresentarlo e difenderlo.
La sinistra politica dovrà uscire dall’angolo dell’eterna emergenza, dell’irresponsabile senso della responsabilità che riesuma ciclicamente il caimano morente, dai recinti della muta testimonianza.
Circolano due appelli in tal senso:
http://www.partito-lavoro.it/appello
http://www.asinistraperlitalia.it/?p=18
Io li ho firmati entrambi, poi però basta appelli eh che bisogna avere il coraggio di guardare avanti e riprendere il cammino.
Continua dalla
Postfazione
Zeno, i comunisti ed io.
di Nicola Atalmi
Il progetto della Rifondazione è stato tante cose: il tentativo di non ammainare una bandiera, quello di innovare teoria e prassi del marxismo, quello testardo di non piegarsi al pensiero unico neoliberista.
Ha forse avuto lo stesso limite che ebbe la nascita del Pds, ovvero la mancanza di volontà o di capacità di fare i conti con la storia del Pci.
Tanti tra coloro che furono protagonisti di quella vicenda hanno raccontato, raccontano e racconteranno le difficoltà nella costruzione del progetto della Rifondazione nel 1991, il lavoro nel territorio, l’azzardo, la sofferenza della scissione dall’allora Pci che andava tramutandosi in Pds.
E’ vero, non fu facile ripartire da zero.
Ma la verità è che noi invece fummo travolti da una grande domanda di partecipazione, le sezioni che nascevano come funghi, le sezioni nelle fabbriche, i consiglieri, i primi sorprendenti successi.
Era un popolo che si metteva in marcia, portando ognuno una propria diversa vicenda personale e culturale, magari anche con in testa una idea di partito e di società diverse.
Ma la verità è che, per un momento, è sembrato che la partita la vincessimo noi.
Anche se magari i segni c’erano già dall’inizio: la fuga di Garavini, la diarchia tra Bertinotti e Cossutta, la mediazione sul nome tra chi metteva l’accento sulla Rifondazione e chi sul Partito.
Ma era una comunità liberamente comunista che lanciava un nuovo piccolo assalto al cielo nell’Italia che iniziava a berlusconizzarsi e che dalle nostre parti si scopriva leghista, un partito che studiava le trasformazioni nella società e nel lavoro, che voleva coniugare storia e futuro, diritti e bisogni.
Furono anni bellissimi nei quali imparai molto da compagni come Zeno, imparai la fatica del lavoro nel territorio, le riunioni in piccoli paeselli sperduti nelle taverne di vecchi partigiani, le lezioni di vita della classe operaia, le mediazioni, le maledizioni, la pazienza, la passione.
Ma solo dopo 5 anni di vita i primi sintomi del malessere nel Prc cominciarono a manifestarsi.
Il declino iniziò il 22 aprile del 1996.
Perché lo fisso in quella data?
Perché il giorno prima il Prc raggiunge il suo massimo storico con l‘8,5%, ovvero 3.215.960 voti: 69 deputati oltre a 39 senatori a sostegno esterno al primo Governo Prodi.
Fu la gestione di quel successo che non riuscì al gruppo dirigente del Partito, l’ambiguità della “desistenza” e dell’appoggio esterno ad un Governo nel quale gli Italiani credettero molto ad iniziare a dilaniare dall’interno il Partito, a rompere la sintonia tra il popolo della sinistra e “quelli di rifondazione”.
Le anime che formavano Rifondazione, e che fino ad allora con grande difficoltà avevano cercato di unirsi e mescolarsi, cominciarono a ridividersi in modo netto.
Riemersero divisioni profonde che avevano e hanno a che fare con l’idea stessa di politica: sarebbe sbagliato frettolosamente liquidare la divisione tra chi veniva dal Pci e chi dai movimenti e da Dp, perché non fu solo quello.
Anche il Pci ebbe nella sua storia un problema enorme ad affrontare l’idea stessa del governo e dei compromessi necessari per poterci arrivare.
C’era sullo sfondo l’eterno dilemma sul senso stesso della politica, sul ruolo dei comunisti e della sinistra: nell’impegno politico quotidiano conta di più la coerenza o l’efficacia?
Una discussione che non è mai finita e che riemerge prepotentemente ed in modo doloroso ogni qualvolta il confronto elettorale si avvicina.
Il Governo Prodi aveva dalla sua un consenso popolare legato a due elementi: Berlusconi e l’euro. Per tenere lontano il primo e per raggiungere l’obbiettivo del secondo gli italiani e la sinistra accettano molti e pesanti sacrifici sul tema delle pensioni e della prima legislazione del lavoro che aprì alla cosiddetta flessibilità.
Il malessere nel Partito era forte e le promesse di una fase due attenta alle questioni sociali, dopo la prima fase di risanamento, sembrava sempre più lontana ed incerta.
In Rifondazione si aprì uno scontro duro che presto, come sempre accade a sinistra, sembrò essere sempre più rivolto al proprio interno piuttosto che contro l’avversario.
Bertinotti lanciò un ultimatum a Prodi: imporre in Italia la riduzione dell’orario di lavoro a 35 ore in cambio del sostegno a del Prc al governo.
Svolta o rottura insomma.
Nei territori inizia una guerriglia tutta interna e ben presto si capisce che il Governo Prodi è solo un pretesto per una vera e propria sfida per il controllo del partito.
In quei giorni si moltiplicavano le telefonate per capire chi era di qua e chi di là.
Le cordate si saldavano, i colonnelli facevano arrivare gli ordini nei territori, i sergenti preparavano le truppe.
Il frigorifero in sede usato dai Giovani Comunisti e dall’associazione Vilcabamba una mattina venne graffitato con una scritta cubitale: “Armà dacce er via”.
Intanto i nostri fax, le mail al tempo ancora non c’erano, sputavano a ritmo continuo appelli a non far cadere Prodi: suppliche e minacce.
Le televisioni berlusconiane mandavano a ciclo continuo un Bertinotti ormai in preda ad un delirio di onnipotenza e Cossutta poteva solo prepararsi, tardivamente, al peggio dietro l’improbabile slogan “tirare la corda senza spezzarla”.
Ma del merito si parlava?
La proposta del Prc era più politicista che politica: una riduzione di orario di lavoro per legge a parità di salario. Ed assieme a questa anche quella di una nuova Cassa per il mezzogiorno.
Immaginatevi come le due proposte fossero popolari tra la classe operaia nel profondo nordest della piena occupazione e degli straordinari continui!
La gente ci guardava come marziani e per di più il sindacato viveva questa proposta del Prc come una invasione di campo, più volta a regolare vecchi conti del passato da sindacalista del sub-comandante Fausto che a rispondere ad un diffuso e reale scontento per le politiche sociali ed economiche del governo Prodi.
Alcuni di noi, fuori dagli schieramenti armati, cercarono di spiegare a Roma che il nostro braccio di ferro, per quanto giusto, risultava incomprensibile e che se volevamo rompere con quel governo correndo il rischio di riconsegnare il paese a Berlusconi avremmo dovuto farlo sull’onda di una reale mobilitazione popolare sulla base di una piattaforma di richieste che fosse comprensibile e condivisa.
Organizzammo perfino una corriera di compagni dal Veneto che andarono a Roma chiedendo di incontrare Cossutta e Bertinotti per chiedere di fermarsi e venimmo accolti dai frizzi e i lazzi di qualche giovane bertinottiano che non vedeva l’ora che togliessimo il disturbo.
Evidentemente la partita era già un’altra.
La riprova la ebbi sulla mia pelle perché fui personalmente protagonista di un ultimo disperato (e dimenticato) tentativo.
Il Partito decise di tenere il IV congresso nei primi mesi del 1999 per dirimere le questioni e la linea politica, ma nel contempo di convocare un Comitato Politico Nazionale il 3 e 4 ottobre del 1998.
Qualcuno a quel Congresso non voleva arrivarci.
Il 3 e 4 ottobre del 1998 celebrammo il mesto funerale della Rifondazione.
Funerale recentemente ripetuto, ma si è trattato solo di una commemorazione per il decennale con analoghe modalità, nell’ultimo congresso del Prc di Chianciano del luglio 2008 quando se ne andò anche Vendola.
Nell’ottobre 1998 Bertinotti unì tutto ed il contrario di tutto, da Vendola agli ex cossuttiani di Grassi, da Ferrero a un pezzo dei trozkisti di Maitan, per mettere in minoranza i cossuttiani ed impossessarsi finalmente del Partito.
Nel luglio del 2008 Ferrero ripete il funerale unendo tutti contro Vendola.
Le piccole tragedie spesso si ripetono in farsa.
Ma tornando al primo funerale, quello vero del Prc, si perdono le tracce di uno sparutissimo gruppo di compagni che tentò di impedire quel suicidio.
Io, pur essendo in dissenso rispetto alla svolta bertinottiana ed alla decisione di far cadere il governo Prodi, non ero organicamente parte dell’area cossuttiana ed ero molto preoccupato dell’esito di quello scontro.
Per questo motivo nel corso di quel famoso Comitato Politico Nazionale espressi la mia proposta di dichiarare una tregua per rinviare il confronto nella sede congressuale, valorizzando l’unità del partito e la necessità di tenere aperto il cammino della Rifondazione.
Oltre al sottoscritto il documento numero 4 venne sottoscritto da Gian Paolo Patta e da Pino Chiezzi, consigliere regionale in Piemonte.
Ricordo il sarcasmo delle due armate pronte alla battaglia contro la nostra proposta.
Ed ebbero ragione: su 329 votanti, il nostro documento ottenne in tutto 5 voti.
Oltre ai tre sottoscrittori ci votarono solo una compagna operaia della Zanussi ed un consigliere comunale di Udine: la prima poi rimase nel Prc, il secondo aderì al Pdci.
E’ una magrissima consolazione esprimere al giorno d’oggi la volontà di voler riunire nella federazione della Sinistra i due partitini comunisti nati da quella divisione.
E peraltro lo si esprime ma non lo si fa.
Per la cronaca votarono invece per Bertinotti in 188, per Cossutta in 112 e per Ferrando in 24.
Dopo quella riunione in piccolo di moltiplicarono le conte e le divisioni in tutti i territori.
Quando toccò farlo a Treviso io ero Segretario provinciale e Zeno era Presidente del Comitato politico provinciale.
Io sapevo che Zeno, Patrizio e molti altri, per me compagni molto importanti, erano già al lavoro per la costruzione del Pdci.
Erano i giorni delle elezioni comunali di Treviso e stavamo cercando in qualche modo di tenere unita la diaspora in una unica lista chiamata Sinistra Trevigiana che aveva come simbolo la panchina rimossa dal Sindaco Sceriffo Gentilini e che da allora è sopravvissuta come contenitore unitario a sinistra: non andò bene e prendemmo il 2,9% ma rientrammo comunque in Consiglio.
La riunione di quel Comitato federale si svolse in un clima ovviamente duro e freddo.
Zeno da Presidente del Comitato federale, malgrado avessimo concordato nei giorni precedenti di prendere tempo rispetto alla decisione finale, aprì i lavoro spiazzandoci tutti con la sua tradizionale disarmante franchezza: “Cari compagni inutile prenderci in giro, sono già pronte le tessere del Partito dei Comunisti Italiani per impedire la deriva massimalista bertinottiana”.
Quando diede la parola a me per la relazione introduttiva era ovvio che il clima fosse già esplosivo.
Ricordo e non riporto alcune secche minacce reciproche di passare dal confronto dialettico a quello fisico, ma una di queste passò ai posteri, pronunciata da un compagno operaio della vecchia guardia nei confronti di un giovane che ho scoperto poi recentemente essere finito in Forza Nuova che cercava di sfotterlo ed interromperlo: “se no te ghea moi te dago na scarpata in tei dent”.
Ironia della sorte: la mia relazione, che ripeteva il senso del documento che avevo presentato senza successo a Roma, venne votata a maggioranza, ma ormai le strade andavano dividendosi.
Ho trovato proprio in questi giorni nel fondo di un archivio di un compagno la lettera che inviai l’11 Ottobre del 1998 a Fausto Bertinotti, Paolo Ferrero e Mauro Tosi e a tutti i miei compagni di Treviso, spiegando le ragioni delle mie dimissioni.
Quelle parole mi suonano ancora attuali in modo perfino imbarazzante.
“Cari compagni
vi scrivo queste righe in un momento difficile per tutti, un momento che richiede scelte anche dolorose e, purtroppo, separazioni.
Quello che sta avvenendo in questi giorni nel corpo vivo del Partito era facilmente prevedibile: smarrimento e divisioni sono l’anticamera di una scissione ormai nei fatti avvenuta. A poco servono pronunciamenti ed atti di fede di questo o quel direttivo, di questo o quel segretario perché quello che registro in questi giorni è la profonda lacerazione di quel patto tra culture e provenienze diverse che ha rappresentato la ricchezza del nostro Partito.
Assieme a pochi e, inascoltati compagni ho chiesto nel comitato regionale ed in quello nazionale che si creassero le condizioni per un superamento tecnico della finanziaria [...] per arrivare ad un Congresso che cercasse unitariamente un adeguamento della nostra linea politica e della nostra visione strategica. Unitariamente, non unanimemente come spesso si è finto di fare nella storia di Rifondazione. Siamo stati derisi nel Comitato regionale e schiacciati da un dibattito chiuso ed autoreferenziale in quello nazionale. Gli appelli all’unità ora, cari compagni, giungono troppo tardi.
Intendo presentare le mie dimissioni per segnare il mio disaccordo con la nuova linea politica emersa a maggioranza nel Comitato Nazionale. Lo faccio per correttezza e per rispetto nei confronti di quanti vorranno assumersi ora il compito di rappresentare a Treviso la linea del Prc. Lo faccio anche perché registro delle responsabilità gravi in quanti, inseguendo una logica di scontro interno al partito e di antagonismo alla stessa sinistra, non si sono resi contro della crescente distanza che nel frattempo si veniva a creare tra le opinioni e le aspettative di tanta parte della base del nostro partito, del nostro elettorato e dello stesso popolo della sinistra e le posizioni espresse da Rifondazione Comunista.
Come ho già avuto modo di dire ritenevo e ritengo gravemente insufficienti le proposte e le politiche del governo di centrosinistra, ritenevo indispensabile una svolta sociale che rispondesse ai bisogni delle classi subalterne, ritenevo giusto porre il Governo Prodi di fronte al famoso binomio “svolta o rottura”. Solo che, probabilmente sbagliandomi, avevo inteso che essendo la svolta il nostro obbiettivo, la rottura la si doveva considerare il nostro fallimento. Purtroppo troppi compagni “tantopeggisti”, ora entusiasti della caduta del Governo, evidentemente intendevano il contrario. Io ritengo quella di questi giorni una sconfitta pesante del nostro Partito, della nostra sfida, che nasce dall’accordo di desistenza, di tenere a sinistra una maggioranza confusa e pasticciona, che aveva sconfitto le destre di Fini, Bossi e Berlusconi. Qualcuno considera i fatti di questi giorni una vittoria. La prospettiva di una ricomposizione su equilibri più avanzati si rivela una chimera nel breve e medio periodo. Per quel che riguarda il lungo periodo, come ci ha detto intelligentemente, il nostro segretario nazionale “noi al massimo facciamo parte della cronaca, non della storia”. E’ tutta la sinistra ad avere perso e le responsabilità che ricadono innanzitutto sull’Ulivo e sui Ds, sono purtroppo anche nostre. Negarlo non serve a nessuno.
In questo momento sento il bisogno di riprendere il cammino della rifondazione e francamente non ritengo che ciò sia possibile nel Prc, se sarà possibile farlo nei Comunisti Italiani credo che lo sapremo, e lo scoprirò io stesso, presto.
Ma sono sicuro che le strade, l’impegno e la passione della sinistra e dei comunisti si incroceranno ancora spesso. Io già da oggi lavoro per questo.”
Quella riunione finì con solito mesto rito delle serrature cambiate, delle tessere strappate.
Creammo due debolezze: un Prc che passando per Genova e per i movimenti tornò poi a sostenere Prodi, per poi contribuire ancora a farlo cadere e scindersi nuovamente; un Pdci che non riuscì per un voto (veneto) a salvare Prodi e subì il governo D’Alema & Cossiga, il governo della guerra che poté solo rinviare il ritorno al potere di Berlusconi e Bossi.
Il Prc si rivoltò contro Bertinotti, il Pdci contro Cossutta in una nemesi senza più vincitori né vinti.
Ora riuniti, più che per forza che per amore, in una sgangherata Federazione della Sinistra, i due partitini sono fuori dal parlamento e boccheggiano nell’ultima schermata dei sondaggi elettorali: appena sopra il dato attribuito ai misteriosi “altri”.
Con Zeno abbiamo riflettuto a lungo sulle ragioni della sconfitta del progetto di tenere viva in Italia una organizzazione “liberamente comunista”, come lui ama chiamarla.
E forse è ancora troppo presto per dare un giudizio definitivo su cause e responsabilità.
Certo è che la scommessa è fallita.
L’Italia è un Paese strano dove nella Prima Repubblica, come ci ricorda Gaber, “Qualcuno era comunista perché c’era il grande Partito Comunista. Qualcuno era comunista nonostante ci fosse il grande Partito Comunista. Qualcuno era comunista perché non c’era niente di meglio. Qualcuno era comunista perché abbiamo il peggiore Partito Socialista d’Europa.”
L’Italia è un Paese strano dove nella Seconda Repubblica ci siamo ritrovati con i comunisti ridotti a gruppetto extraparlamentare e senza un forza politica che possa essere definita socialista o laburista a causa di quell’esperimento geneticamente modificato che è il Partito Democratico. Partito senza identità, che in Europa sta con i socialisti ma anche con i popolari, ma anche con i liberali. Che sta con la Cgil, ma anche no, che si definisce equidistante da capitale e lavoro, che non può scegliere nemmeno una qualsiasi proposta sui diritti civili e la laicità.
Quel partito è il frutto dell’antica ed eternamente fallita ambizione dei figli del Pci – plasticamente rappresentata nei tic, nell’intelligenza, nella saccente antipatia di D’Alema – non tanto di farsi accettare dai moderati, ma di rappresentarli direttamente.
Insomma il risultato è che in Italia per qualche strana maledizione azteca non possiamo avere né comunisti, né socialisti e non abbiamo chi rappresenta e difende il lavoro e i diritti sociali ed individuali.
Allora forse in una riflessione autocritica del fallimento del processo della rifondazione, dovremmo avere il coraggio di allargare il quadro della nostra analisi e ragionare a ritroso dei fallimenti di tutte le scissioni.
Se ha sbagliato Vendola nella scissione di Sel e prima di lui Cossutta nella scissione dal Prc, forse prima o poi dovremmo avere il coraggio di mettere in discussione la prima delle scissioni: quella del Prc dal Pds.
Non perché vogliamo continuare a riempire i fossi del famoso “senno del poi” e nemmeno perché non riteniamo altrettanto sbagliata l’operazione politica del Partito Democratico, ma perché l’ideologia e la nevrosi delle due sinistre, gli aspetti simbolici usati di volta in volta come clava e come foglia di fico, il cannibalismo dei gruppi dirigenti, l’irresponsabilità del politicismo ci hanno portato a disperdere un patrimonio umano prima ancora che politico e culturale enorme.
C’è ancora chi crede che il Prc dell’8% non c’è più perché ci saremmo compromessi con il governo, perché avremmo ceduto al richiamo dell’allarme democratico, perché non siamo stati duri e puri all’opposizione. Ce lo dicono i flussi elettorali che non è così: gli elettori non ci hanno bocciato perché abbiamo tentato di governare, ma perché non siamo stati capaci di farlo e questa è cosa ben più grave. Nel pieno di una crisi economica e sociale devastante i lavoratori ed i ceti popolari non cercano solo chi grida più forte in piazza, cercano anche chi conta dove si decide. E non ci trovano.
Da lì dobbiamo e possiamo ripartire con il nostro impegno per trovare un nuovo luogo ed un nuovo modo di essere i comunisti, italiani e rifondati, in una sinistra che non sia testimonianza, ma che sia capace di essere in connessione sentimentale con i giovani, i lavoratori, i ceti popolari che chiedono partecipazione e rappresentanza.
Non so come spiegarlo meglio che con questa ultima immagine.
Riunione sindacale in Cgil contro le manovre di Monti, una compagna interviene per chiedere che il suo sindacato sia più netto ed efficace nella difesa dei ceti popolari e che torni ad essere combattivo, forte della propria identità e chiude così: “(…) vedo perfino che qualche volta qui qualcuno si vergogna di chiamarsi compagno, io non sono d’accordo. Va bene aprirsi a tutti e dialogare con tutti, ma io sono della Cgil perché sono sempre stata del Partito Comunista e lo sono ancora (mormorii)… sì insomma del Partito come si chiama adesso: Democratico. Ma non si può andare avanti così, a fare sacrifici solo noi.”
mer, giu 19, 2013
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