
1. Dove sono finiti i voti della Sinistra?
La sinistra italiana si dibatte da tempo sulle cause delle propria riduzione a marginalità.
Per intenderci ci riferiamo a tutto ciò che c’è a sinistra di quel Pd che, tanto legittimamente quanto esplicitamente, si ritiene “partito di centrosinistra” estraneo finanche alla socialdemocrazia europea sia in termini di autocollocazione, che di riferimenti teorici in campo economico e sociale.
Al netto delle dispute ideologiche, di quelle storiche e del grande peso degli scontri personali il tema centrale di divisione nella Federazione della Sinistra e tra la FDS e Sinistra Ecologia e Libertà sta nel tema immortale della politica delle alleanze.
E’ stato un tema portante della nascita del Pds dalle ceneri del Pci, è stato il tormentone nella nascita e della crescita di Rifondazione, è l’oggetto del contendere delle continue e sterili scissioni a sinistra.
Risalendo più indietro e guardando più lontano è una disputa che risale a Marx e Lenin fino a Gramsci e Togliatti e che si articola differentemente in tutto il mondo fino ad oggi.
Può una sinistra di trasformazione, che contesta alla radice il modello di sviluppo capitalistico (e ambirebbe a sovvertirlo), praticare alleanze elettorali e forme di governo di coalizione con chi invece ritiene il capitalismo liberista l’unico, se non il migliore, dei mondi possibili?
Non speriate che io abbia la risposta a questa immortale domanda: ho ambizioni molto più modeste.
Mi accontenterei di tentare una risposta alla domanda, molto più prosaica, che ci poniamo a sinistra dopo tutte le recenti batoste elettorali e che sarà al centro del dibattito a sinistra dei congressi di fine anno della Federazione della Sinistra e di Sinistra Ecologia e Libertà.
Perché la sinistra ha praticamente dimezzato i suoi voti dal 2005 ad oggi?
E quindi la domanda conseguente: come fare a recuperarli?
Non che questa domanda sia di più facile risposta, visto che le ragioni sono molteplici e le risposte dipendono da un sacco di variabili, molte delle quali non dipendono da noi.
Ma se vogliamo andare al nocciolo della questione dobbiamo porci il quesito se in questi anni abbiamo perso metà dei nostri voti (banalizzando all’estremo volutamente le due posizioni) perché siamo stati troppo compromessi nel centrosinistra o perché siamo stati “non utili” per battere le destre e Berlusconi.
Stringi stringi la questione è tutta qui: coerenza versus voto utile.
Sul questo blog ho scritto una nota sulla relazione di Ferrero alla direzione del Prc dal quale è scaturito un dibattito credo interessante.
Alcuni commenti, tra tutti uno di un autorevole dirigente di Rifondazione ed uno di un esponente di rilievo del movimento studentesco universitario, davano una risposta precisa al calo dei consensi della sinistra: sono voti finiti nell’astensione di elettori delusi dalla nostra esperienza di Governo.
E’ l’asse portante del ragionamento che vede la necessità di una sinistra “strategicamente alternativa” al centrosinistra per poter recuperare consensi.
Allora andiamo a vedere i voti e l’analisi dei flussi elettorali per capire se è vero.
Ho chiesto di fare chiarezza su dove sono finiti i voti della sinistra ad un amico politologo che con voti, sondaggi e flussi ci sa fare, il prof. Paolo Feltrin Presidente della Tolomeo Studi e Ricerche, che pur provenendo politicamente dalle nostre parti, mette ovviamente le sue conoscenze sul mercato e a destra (dove sanno scegliere bene i loro consulenti) è molto ascoltato.
Riporto di seguito la elaborazione dei dati che mi ha preparato perché secondo me possono aiutare la nostra riflessione.
2. Come è cambiato il volto della sinistra radicale negli ultimi 5 anni?
(a cura di Paolo Feltrin)
Le elezioni regionali 2010 hanno nella sostanza confermato il trend iniziato con le politiche del 2008 e proseguito con le europee 2009: la sinistra radicale2, con la quale identifichiamo Rifondazione, Comunisti Italiani, Sinistra e Libertà, i Verdi ed altre sigle minori, è in evidente difficoltà.
Rc, Ci e Verdi nel 2005 valevano l’11,1% dei consensi nelle 13 regioni al voto nel 20120, ancora nel 2006 la percentuale era del 10,5% (tabella 1). Dopo il crollo del 2008, che ha visto l’area della sinistra radicale precipitare al 4,3%, c’è stata una nuova ripresa, ma ben lontana dai livelli dei primi due anni analizzati. Un’area che valeva 3,3 milioni di consensi nel 2006 oggi si ritrova con 1,4 milioni di voti. Anche il confronto tra le due ultime regionali non lascia adito a dubbi: da 2,7 milioni di voti si è scesi a 1,4 milioni, quasi la metà. La domanda che in molti si sono fatti è la seguente: dove si sono diretti questi 1,5-2 milioni di elettori? Per quali ragioni il consenso della sinistra radicale non è più quello di 4-5 anni fa?
Tab. 1 Sinistra radicale: trend 2005-2010 nelle 13 regioni al voto nel 2010

Analizziamo prima la situazione prodottasi nel 2008 e 2009, per poi lasciare spazio ad alcune considerazioni relative alle recenti elezioni regionali.
Il crollo della sinistra radicale, come sappiamo, è avvenuto nel 2008. Quattro sono state le ragioni di questo pesante ridimensionamento (presentate in ordine decrescente di rilevanza): 1) la scelta di Veltroni di correre da solo, che ha alimentato la logica del “voto utile”, penalizzando la sinistra radicale e convogliando i consensi verso il Pd e Di Pietro; 2) la formazione di un cartello elettorale (la Sinistra Arcobaleno) davvero traballante, costruito senza un vero progetto politico, ma con il solo obiettivo di superare la soglia di sbarramento alla Camera del 4%; 3) l’insoddisfazione degli elettori nei confronti dell’operato di Rc-Ci-Verdi e del governo Prodi nella legislatura 2006-2008; 4) la scelta di un simbolo e di un nome scarsamente riconoscibili ed identificabili, che ha perso consensi verso piccole liste con falce e martello. Questi quattro elementi hanno portato al quadro di flussi 2006-2008 evidenziati nella prima riga della tabella 2: il 24% degli elettori rimane fedele alla sinistra radicale, il 35% vota strategicamente Pd o Di Pietro (rispettivamente 29 e 6%), il 26% si rifugia nel non voto. È come se l’elettorato della sinistra radicale si dividesse in tre blocchi di simili dimensioni: una parte rimane fedele, una parte è trascinata dal voto utile, una parte si astiene.
Nonostante tutto, questa poteva essere una scelta temporanea dell’elettore di sinistra: i voti utili si possono recuperare in altre competizioni (europee, regionali), quelli degli astenuti con un’offerta più attrattiva e con un recupero di fiducia nei confronti dei partiti. Ma i risultati nel 2009 non sono andati in questa direzione, nonostante un recupero in termini percentuali ed assoluti: le due liste, Rc-Comunisti Italiani e Sinistra e Libertà, non hanno raggiunto la soglia di sbarramento del 4% e sono rimaste senza rappresentanza nel Parlamento europeo. I flussi 2006/2009 evidenziano un recupero sul lato della fedeltà (che torna al 35%), mentre si riducono in effetti le defezioni verso il Pd, conferma del fatto che il flusso 2008 era in parte voto strategico. Aumentano invece i flussi verso Di Pietro (10%), mentre rimangono simili i flussi verso l’astensione (28%). Questi ultimi hanno comunque un impatto minore rispetto al flusso 2006-2008, dato che alle elezioni europee la partecipazione è mediamente più bassa di oltre 10 punti percentuali rispetto alle politiche.
Tab. 2 Sinistra radicale: flussi di voto 2006-2008, 2006-2009 e 2006-2010 (13 regioni)

Infine il 2010 ripropone uno schema simile al 2009, anche se molto più frammentato a causa delle diverse offerte di liste a livello regionale: la sinistra radicale cede leggermente, scendendo dal 7,3 al 6,3%. La Federazione della Sinistra, in questo caso, è superata da Sinistra, Ecologia e Libertà, trascinata dalla candidatura Vendola (2,8 contro 2,9%). I flussi mostrano uno spostamento dei voti i direzione Grillo ed altre liste di CS, con una quota di fedeli e di astenuti molto simile a quella del 2009 (32 e 28% rispettivamente). Come per il 2009 i dati verso l’astensione sono in linea con quelli degli altri partiti (alle ultime regionali, oltretutto, la partecipazione è stata molto bassa).
Perché ancora due insuccessi? Le ragioni sono sostanzialmente tre. La prima è un’evidente difficoltà di tutto il centro-sinistra (CS) in Italia anche dopo il 2008: le elezioni seguenti hanno visto nette affermazioni del centro-destra (CD). Il CS non ha più incrementato il proprio bacino elettorale, ed anche la sinistra radicale ne ha risentito. Ma questa è una spiegazione davvero marginale.
La seconda ragione è legata alla visibilità mediatica: l’assenza dal parlamento ha sottratto ogni spazio di intervento nel dibattito politico alla sinistra radicale, togliendo voce ai suoi protagonisti (l’unico rimasto è Vendola). Al giorno d’oggi, d’altronde, il consenso si crea e si mantiene innanzitutto con i media. La terza ragione, in parte legata alla seconda, è che questo spazio libero lasciato da Rc, Ci, Verdi e Sinistra e Libertà è stato coperto da altri competitors: Di Pietro dal 2009 e Grillo da quest’anno. Questi attori politici sono riusciti ad imporre la propria agenda, fatta innanzitutto di radicalismo giustizialista ed antiberlusconismo, colmando così il vuoto lasciato dall’estrema sinistra. Oltretutto hanno saputo operare su target diversi ed utilizzare media differenti: Grillo sulle fasce d’età medio basse e sul mondo di Internet, Di Pietro sulle fasce d’età medio-alte e sulla comunicazione tradizionale attraverso tv e giornali. L’innovazione nel primo caso, la tradizione nel secondo.
D’altronde, come possiamo vedere dalla tabella 3, le aree di sovrapposizione tra sinistra radicale, Di Pietro e Grillo sono ben evidenti: una quota rilevante degli elettori dei tre blocchi si posiziona tra l’estrema sinistra e la sinistra.
Tab. 3 Elettorato sinistra radicale, Di Pietro, Grillo e Pd: autocollocazione politica (2010)

Infatti non è certo che l’area della sinistra radicale si sia davvero ridimensionata negli ultimi anni. Il punto è che gli elettori di sinistra si sono aperti a nuove possibilità di voto grazie alle nuove liste presenti nell’arena elettorale, cioè l’Italia dei Valori ed il Movimento 5 Stelle.
Se sommiamo nel trend 2005-2010 i risultati di questi due partiti, andando così a formare una sorta blocco di “sinistra radicale allargata”, vediamo che i dati degli ultimi due anni tornano in linea con quelli del biennio 2009-2010. Anzi, sono addirittura superiori data la continua erosione dell’elettorato Pd. Solo il 2008 rimane nettamente al di sotto dei risultati delle altre quattro elezioni, perché in quel caso, come abbiamo osservato, il voto utile e l’astensionismo influiscono sul ridimensionamento dell’area politica.
Tab. 4 Sinistra radicale allargata: trend 2005-2010 nelle 13 regioni al voto nel 2010

Le difficoltà della sinistra radicale, quindi, sono dipendenti in gran parte dalla presenza di nuovi competitors e dalla mancanza di visibilità da due anni a questa parte. Senza dimenticare che, su alcuni temi portati avanti con successo nel quinquennio 2000-2005, oggi sembra essere calato il sipario, sembra essersi esaurita la spinta propulsiva. Complice, in alcuni casi, la crisi economica, che non sembra aver avvantaggiato i partiti di sinistra, neppure nel momento in cui il “fallimento” del mercato ha obbligato l’intervento massiccio degli Stati per salvare le banche (oggi questa situazione sembra essersi invertita: il mercato è tornato a vincere, tanto che i governi sono stati costretti a pesanti “cure dimagranti” per ridurre deficit e debito).
Se le proposte che arrivano non sono in linea con gli umori e le priorità dell’elettorato di sinistra, ecco che l’elettore sceglierà un percorso alternativo. Oggi il dibattito di sinistra è orientato sul tema della giustizia e sulla difesa della Costituzione, il tutto in chiave anti-berlusconiana: ma queste istanze sono già portate avanti da Di Pietro e Grillo, che sono diventati i titolari del “giustizialismo hard”. Dunque per la sinistra radicale, al momento, sembrano essersi chiusi gli spazi competitivi.
Torniamo comunque ad analizzare il risultato 2010 nelle 13 regioni. È molto difficile fare valutazioni sul rendimento della sinistra radicale (ed in particolare di Rc-Ci) a seconda del formato di alleanza coalizionale. Perché in realtà sono altre le variabili che sembrano avere una maggiore influenza, come ad esempio il numero di liste presenti, fattori e candidature locali.
In generale i dati non sembrano comunque confermare che il rendimento della sinistra radicale sia migliore nelle aree in cui si presenta autonomamente. In Lombardia e Campania, ad esempio, le candidature della Federazione della Sinistra perdono più della media complessiva, nelle Marche (con alleanza estesa anche a Sinistra, Ecologia e Libertà) un recupero c’è, ma va considerato anche il basso numero di liste presenti nel 2010. Per il resto il miglior balzo in avanti è quello pugliese, trascinato dalla candidatura Vendola. Nel complesso, vediamo che rispetto al 2009, nelle tre regioni in cui la sinistra radicale ha una o più componenti che presentano candidati propri, la variazione negativa è di 1,2 punti percentuali, contro lo 0,8% nelle altre regioni (tabella 5). Se poi il confronto è esteso anche alle altre elezioni, in generale vediamo che l’alleanza con il centro-sinistra (CS) sembra dare più vantaggi.
Tab. 5 Sinistra radicale: trend 2005-2010 a seconda del tipo di alleanza 2010

Quindi il problema degli assetti di alleanza è un falso problema: dentro o fuori dal CS cambia poco in termini di voti, almeno alle elezioni regionali (per i seggi è evidente che le corse solitarie, con gli sbarramenti delle regionali, fanno perdere consiglieri). La sinistra radicale perde sia come “forza di governo”, sia come “forza d’opposizione”, e non è in grado di catalizzare il voto di protesta come alcuni anni fa. Per le politiche, invece, la corsa solitaria è davvero improponibile: qui il voto “utile” può davvero affossare definitivamente i partiti di estrema sinistra.
3. Qualche indicazione per la nostra riflessione
Lungi dal confondere questi numeri con un oracolo dal quale dovrebbe discendere una linea politica, mi pare che emergano con chiarezza alcuni elementi che dovrebbero aiutare la nostra discussione.
Innanzitutto sfatiamo un mito: quei quasi due milioni di voti che abbiamo perso in cinque anni non sono andati nell’astensionismo per punire la nostra poca coerenza.
Anzi, l’astensionismo non colpisce la sinistra in modo particolare rispetto agli altri partiti, in generale in Italia colpisce di più la destra.
I flussi elettorali ci dicono che i nostri elettori che ci hanno abbandonato si dividono in parti quasi uguali tra chi si astiene e chi decide di votare per il Pd o Italia dei Valori: quindi per il centrosinistra di governo.
Ogni 100 voti persi da noi alle politiche, 35 sono andati al centrosinistra e solo 26 nell’astensione.
Questo intanto dovrebbe farci riflettere sul fatto che probabilmente non conosciamo bene i nostri elettori alcuni dei quali, non pochi, sono perfino andati nel centrodestra presumibilmente alla Lega.
Forse dovremmo tornare a riflettere sulla esperienza dell’ultimo Governo Prodi e sul giudizio dei nostri elettori certificato con il flop dell’Arcobaleno, quando forse ha pesato di più in negativo la nostra incapacità di svolgere una funzione efficace di Governo rispetto alla moderazione ed eterogeneità di quella sfortunata coalizione.
Ma è interessante anche il dato della autocollocazione politica degli elettori: il 25% degli elettori del Pd si definiscono di sinistra ed addirittura il 33% di quelli che hanno votato Idv, fino al 35% di quelli che hanno votato per Grillo!
Questo significa che vi sono altri competitors (brutta parola usata da Feltrin) pronti a raccogliere i consensi della sinistra quando essa è divisa, oscurata e nell’angolo.
E questi competitors non sono alla nostra sinistra. Anzi.
Se a ciò aggiungiamo che oltre l’80% degli elettori formano la propria opinione politica esclusivamente attraverso la televisione ed i telegiornali, dai quali siamo stati praticamente cancellati, è evidente che la china per risalire dalla marginalità per la sinistra sarà particolarmente ripida e scivolosa.
Non basteranno insomma più volantinaggi o la propaganda in rete per uscire dal cono d’ombra in cui ci hanno e ci siamo cacciati.
Come probabilmente dovremo ammettere che il nostro elettorato, sempre più mobile e che non conosciamo abbastanza, non ci chiede semplicemente più coerenza, ma magari più efficacia.
Quando cominceranno i congressi della Federazione della Sinistra e di Sinistra Ecologia e Libertà, sarà bene tenere conto di questi numeri.
Perché dietro i voti ci sono le persone in carne ed ossa.
E cervello.
Nicola Atalmi
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Lun, Lug 19, 2010
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