Una Sinistra per il Veneto

Dom, Ott 4, 2009

Generale

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Le prossime elezioni regionali in Veneto paiono giocarsi tutte dentro la sfida per le poltrone tra Galan e la Lega.

La nostra Regione, che è stata laboratorio del blocco politico sociale e culturale del centrodestra, si avvia a compiere un ventennio di destra.

Una parte del Pd ha perfino suggerito di “salvare il soldato Galan” appoggiandolo in una ipotetica sfida, tutta interna alla destra, contro la Lega.

Il centrosinistra attende il compirsi del congresso democratico per cominciare a discutere di idee e programmi.

Nel frattempo le nostre città e le nostre terre sono attraversate da una crisi economica dura i cui costi sociali saranno ancora una volta scaricati sui lavoratori, sui ceti popolari, sulle donne e sui migranti.

Il modello di sviluppo del nordest è quello di una intera società che con il suo territorio sono stati messi in produzione, crescendo in questi anni sullo sfruttamento del lavoro, delle risorse e dei beni comuni.

Ma il Veneto ha conosciuto anche la crescita di movimenti e lotte sui luoghi di lavoro, tra i giovani precari e gli studenti, tra i comitati per la difesa del territorio, per difendere, innovare ed allargare il welfare, per costruire una società multiculturale e solidale, per opporsi agli insediamenti di guerra.

Nel Consiglio regionale la limitata presenza di tre consiglieri di opposizione dei Verdi, di Rifondazione e del Pdci, hanno tentato di dare voce a questa opposizione alle destre riuscendo qualche volta a trascinare il Pd sulle battaglie per i diritti del lavoro, per la tutela dell’ambiente, per la difesa delle politiche sociali.

Marzo dell’anno prossimo arriverà molto presto ed è urgente costruire assieme una piattaforma di idee e programmi per costruire “un altro Veneto possibile”, perché non sarà con i tatticismi, o sperando nelle divisioni altrui, che si potrà sperare di battere le destre.

In una realtà come quella veneta serve senz’altro una alleanza democratica e popolare larga che parta dal centrosinistra per battere le destre, ma questa alleanza democratica deve avere una presenza forte della sinistra, del mondo del lavoro e dei movimenti.

A sinistra, anche nelle recenti e deludenti elezioni europee, hanno pesato divisioni vecchie e nuove che se fossero replicate anche alle elezioni regionali rischierebbero di disperdere ancora consensi ed energie.

A partire dalle cose da fare per uscire da una crisi economica e sociale pesante, a partire dal protagonismo diretto delle lotte e dei movimenti che si sono opposti in questi anni alle destre, è possibile creare le condizioni in Veneto per costruire una lista unitaria di tutta la sinistra?

In Veneto si vanno costruendo sia la Federazione della Sinistra (Prc, Pdci, Socialismo 2000 e Lavoro e Solidarietà)  che Sinistra e Libertà (Sinistra Democratica e Movimento per la Sinistra), esiste inoltre una specificità dei Verdi non riconducibile a dinamiche nazionali, molte liste civiche di sinistra ed un forte protagonismo del mondo del lavoro e dei movimenti ambientalisti.

Spesso, se non sempre, questa parte di Veneto è assieme nelle lotte, nella politica e nella società.

Siamo sicuri che le poche, anche se importanti, cose che ci dividono siano più forti delle tantissime che ci uniscono?

Se queste forze avessero il coraggio di unirsi in un percorso nuovo si potrebbero creare le condizioni per lanciare una sfida vera alla destra, per aprire spazi di libertà e di solidarietà nelle istituzioni come nella società.

Siamo in grado di costruire un programma ed una lista per la sinistra del veneto?

25 Risposte a “Una Sinistra per il Veneto”

  1. romeo Dice:

    Caro Nicola, tutto pienamente condivisibile e necessario, se non urgente… se non in ritardo di 15 anni!! E’ senz’altro vero che sono molte le cose che ci uniscono, ma sono le persone e le idee che fanno i movimenti.
    Le idee e gli ideali sono da rinfrescare e ritrovare, le persone sono coinvolgere con un bagno generale di umiltà e soprattutto dicendosi tutti in faccia quello che non va dell’uno o dell’altro e dopo si riparte…
    Ci sono troppi vecchi rancori e protagonismi che bloccano tutto.. come fare per fare piazza pulita??

    Servono persone che lavorano disinteressate per un qualche ideale (magari anche piccolo) ma che lavorano senza aspettarsi nulla in cambio se non il fatto di aver fatto cio’ che la coscienza ed i propri ideali reclamano.
    Su queste basi, senza troppe pretese e cercando di non massacrarsi le palle con mille riunioni, ci si puo’ stare…

    Ma come si fa per la fase zero cioè per azzerare tutto il fallimentare passato del centro sinistra trevigiano?? Non voglio dire che nessuno ha fatto niente, ma prendo atto che avremo forse 20 anni di galan e gentilini!!

    Propongo un rito purificatore… ma non so quale e sopratutto… per purificarsi, bisogna prima avere la consapevolezza di aver tutti cappellato…

  2. Nicola Atalmi Dice:

    tra facebook è la mia casella di posta ho ricevuto parecchie risposte che metto assieme quì:

    da Treviso
    un’unita’ necessaria..logica e urgente..se ci siam divisi prima..abbiam sbagliato..e sofferto..ora velocemante..uniamo tutte le forze..a difesa di cio’ che resta..e che la nostra voce diventi piu’ forte…in ogni campo per un lavoro dignitoso e mai piu’ precari..per un’ equaglianza di tutti i lavoratori..delusi oltre che divisi….non sara’ facile,,ma e’ un dovere riuscirci..a tutti i miei amici abit-anti di tutti i comuni del veneto e dell’ italia onesta..una battuta…cantata..”..l’ uomo intasato dal suo prodotto non si accorge dell’ impatto e..cade cade cade dll’alta finanza..un mercato nato sballato ..ecco la crisi ..un’ altra e’ un disastro…UNICA SPERANZA RISPETTO AMORE E TOLLERANZA”..da Ho una parola..pezzo del mio ultimo cd…UN SISTEMA,,ciao a tutti…

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    da Treviso

    spero tanto che possa riuscire questo progetto unitario, per una nuova voce unitaria della sinistra unita.

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    da Padova

    Io sono d’accordo, se ho capito bene si tratta di un ressemblement a sinistra del Pd, ti pongo un problema: quali relazioni con Idv? In alcune realtà ( per esempio nel mio comune a Saonara ) i rapporti sono positivi.

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    da Venezia

    mi pare bene, dovremo vedere praticamente come realizzare tutto

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    da Treviso

    Arcobaleno 2?

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    da Venezia

    Caro Nicola, condivido la tua riflessione. Solo su una cosa non sono d’accordo: il gonfalone di San Marco! Possibile che non ci siano altre “identità” che ci uniscono? Ricordo un manifesto del maggio francese: quattro mani che si tengono per i polsi a formare un quadrato. Sarebbe bello ritrovarlo. Un caro saluto

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    da Belluno

    caro nicola ho diffuso e diffonderò il tuo appello per una sinistra veneta perchè sono convinta che alle regionali dovremo correre con una sola lista per costringere le persone che hanno ancora voglia di spendersi a parlarsi da subito

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  3. uno informato Dice:

    Buona la proposta Nicola, ma mi sembra che si vada, allegramente, da tutt’altra parte.
    nel Pd c’è ancora chi accarezza l’idea di salvare il soldato Galan
    mentre a sinistra tutti puntano a salvare sé stessi
    anche se si ricostituirà il centrosinistra (condizione quasi indispensabile per garantire la presenza istituzionale della sinistra)
    Rifondazione vuole continuare ad avere il suo consigliere, anche possibilmente a spese tue e del pdci (vedremo chi candideranno e si capirà)
    in Sinistra e Libertà qualcuno ha cominciato a fare i conti ed ha verificato che senza i Verdi rischiano di non eleggere e allora pensano in qualche strana bicicletta (alla faccia della nascita della nuova sinistra italiana) o con i Verdi (in questo caso regalando l’eletto ai Verdi perché scatta a Venezia il primo ed unico eletto) o con i Comunisti (addirittura!) per sperare di eleggere il secondo in quel di Padova.
    i Verdi aspettano il Congresso e non molleranno un centimetro.
    risultato? forse la sinistra scenderà in Consiglio regionale da 3 a 2 consiglieri a vantaggio di Idv e Udc
    certo ci vorrebbe il coraggio di fare una cosa tutta nuova a sinistra, come proponi mi pare tu.
    ma c’è coraggio dalle parti della sinistra veneta?

  4. Loris D. Dice:

    bisogna provarghe….

  5. Luca Fantò Dice:

    Egregia redazione, ho letto la lettera del Consigliere Atalmi. Ho letto e riflettuto sulle domande che si pone e che pone ai vostri lettori.

    Atalmi sottolinea come nel dibattitto sulle candidature alla poltrona di Presidente della Regione Veneto il Partito Democratico sia assente.

    Il Consigliere lamenta come nel Consiglio regionale la limitata presenza di consiglieri riferibili alla sinistra abbia solo in parte permesso di dare voce all’opposizione sulle battaglie per i diritti del lavoro, per la tutela dell’ambiente, per la difesa delle politiche sociali.

    Il Consigliere Atalmi sottolinea l’urgenza di dover costruire da sinsitra una piattaforma di idee e programmi per “un altro Veneto possibile” e auspica un’ alleanza democratica e popolare larga che parta dal centrosinistra per battere le destre.

    Personalmente su tutto ciò non posso che dirmi d’accordo.

    E di più posso suggerire dei temi forti da mettere su quel tavolo programmatico.

    Innanzitutto la questione “Dal Molin”. Una battaglia non persa ma le cui strategie devono essere modificate, adattate alle circostanze, una battaglia che deve essere recepita come nazionale e non locale.

    Poi la questione immigrazione, che in Veneto più che altrove è vitale. Non c’è crescita senza immigrazione, non c’è crescita senza memoria. La memoria dei milioni di italiani che hanno lavorato all’estero e che hanno subito trattamenti ignomignosi simili che la sinistra deve rifiutare.

    Il precariato, che non va gestito ma eliminato, poichè, come sottolinea il compagno Vendola, il precariato dei lavoratori non è che l’anticamera del precarieto dell’esistere.

    La laicità dello Stato, libero dalle superstizioni e dai tabù religiosi che hanno il semplice scopo di intimidire, rallentare ed arrestare il cambiamento sociale. Sostenere, laddove ancora non sia stato proposto, il registro dei testamenti biologici e sostenerne la realizzazione in tempi celeri laddove sia già stato approvato.

    In ultimo ma non ultimo, la questione della scuola pubblica e di coloro che in essa lavorano per il benessere dell’intera società attuale e futura.

    La scuola statale pubblica va difesa e sostenuta con tutte le nostre forze.

    Molto ancora ci sarebbe.

    E’ fuori di ogni dubbio che le forze della politica debbano collaborare. “Sinistra e Libertà”, sintesi dei Socialisti, dei Verdi, di Sinistra Democartica, di Unire la Sinistra e del Movimento per la Sinistra credo sia pronta. Deve essere pronta per una collaborazione che può essere fruttuosa e significativa anche senza la proposizione di liste unitarie. Si può unire ciò che è uguale, ma ciò che è simile si può sintetizzare in programmi elettorali comuni, in comuni candidati alla Presidenza della Regione.

    Comuni alla sinistra e condivisibili dal centro, dal PD, dall’UDC e da quelle forze moderate, che non intendono collaborare con una destra in grado solo di riproporre Galan all’alternativa leghista.

    Luca Fantò

  6. Paolo Dice:

    Carissimo Nicola, ti scriviamo per dirti che concordiamo pienamente con la tua proposta, e che la gireremo senz’altro a tutti i nostri contatti. A presto, Paolo e Piervito

  7. Maria Luisa De Martin Dice:

    Maria Luisa De MartinVeramente spero che dagli errori si possa trarre esperienza.
    Spero di avere qualcosa in cui credere nel futuro, perchè ho provato a capire quella “cosa” che doveva essere il PD ma sinceramente sono molto delusa e vedo e sento che quelli che hanno il coraggio di dire le cose come stanno siamo noi “estremisti”.Vi prego uniamoci prima che il Veneto cada nel baratro…assieme a tutta l’Italia!
    Ora come non mai è il momento di ritornare a lottare contro tutte le vergogne che vediamo ogni giorno!

  8. Loris D. Dice:

    Se si riunisce la sx in Veneto può essere d’esempio per le altre regioni e per la nazione.
    Mi sembra di vedere lo spirito giusto finalmente.

  9. Caludio Grassi Dice:

    Caro Nichi, è l’ora della politica

    di Claudio Grassi e Bruno Steri

    su il manifesto del 06/10/2009

    Caro Nichi, ma avremmo potuto dire: caro Franco, caro Gennaro. Infatti intendiamo rivolgerci a quella parte di Sinistra e Libertà che più conosciamo, avendo condiviso una lunga (ancorché assai contrastata) militanza nel medesimo partito. Il fatto è che quest’ultima tornata di elezioni in alcuni importanti Paesi europei ci fa riflettere. E ci induce a non indugiare e a muovere passi che sappiamo arrischiati: come questa lettera-invito, che certamente può urtare in rancori, veti incrociati, resistenze politiche. Ma tant’è: come tutte le storie, anche le storie passate avranno pur avuto un senso.
    Queste elezioni hanno confermato due fatti politici che – benché minimizzati, se non addirittura oscurati nei vari salotti televisivi – a noi paiono di solare evidenza: il fallimento delle politiche di centro-sinistra (con il connesso pesantissimo declino elettorale dei partiti che tali politiche hanno promosso) e, contestualmente, l’avanzata delle sinistre (comuniste, antagoniste, radicali), ossia di quelle formazioni che si collocano alla sinistra dei partiti socialisti e che, in vario modo, articolano una critica di sistema.
    Questo avviene nel quadro di una preoccupante conferma delle forze politiche di centro-destra. Sta avvenendo cioè quello che molti di noi hanno paventato e che, a nostro parere, sta purtroppo nella logica delle cose: nell’afasia, nel vuoto di rappresentanza sociale creato dal centro-sinistra, si rafforza la svolta moderata e proliferano le pulsioni reazionarie.
    La crisi sociale, economica ed ambientale va maturando dunque un suo esito di destra; ma, per altro verso, è importante che si faccia strada, estenda la propria influenza politica una proposta anticapitalista.
    Si può arzigogolare in politichese quanto si vuole: a noi – come detto – tutto ciò appare di solare evidenza. E, per contrasto, balza in assoluto risalto la nostra insufficienza: la difficoltà di offrire una sponda politica consistente e credibile ai soggetti sociali aspramente colpiti dalla crisi ed esposti agli ulteriori sussulti delle politiche di classe che già si annunciano sotto il titolo di «exit strategy» (leggi: perdurante contenimento delle retribuzioni, reali e differite, e taglio ulteriore della spesa sociale).
    Di qui l’urgenza di riflettere in fretta, assumere responsabilità e produrre decisioni, capaci di dare il più ampio respiro possibile all’organizzazione di una necessaria, dura opposizione. Noi diciamo a noi stessi e vi diciamo: non è l’ora del risentimento, è l’ora della politica. E lanciamo a Sinistra e Libertà la proposta di un’alleanza, di un patto per far nascere anche nel nostro Paese le condizioni di una risposta efficace alla crisi capitalistica, per la ripresa del conflitto sociale, per una tutela delle classi popolari.
    Non vogliamo «fingere ipotesi»: siamo perfettamente consapevoli delle nostre diversità. E consideriamo questa una partita di fatto conclusa. Ma vediamo anche che lo scenario europeo offre tutta una gamma di possibili soluzioni di co-esistenza a sinistra. Non necessariamente un unico partito, ma la compresenza di formazioni distinte e, ciononostante, in parallela crescita di consensi. Occorre tuttavia esser chiari e netti rispetto alla cesura con la cultura e le politiche neoliberiste: è qui che non vediamo ravvedimenti sostanziali nel Partito democratico.
    Apprezziamo, nel suo dibattito interno, alcuni elementi della ritematizzazione politica di Bersani; ma, più in generale, non vediamo emergere in nessuno dei partecipanti a tale dibattito quella radicale discontinuità (di cultura e scelte politiche) che dovrebbe per l’immediato futuro garantire dai devastanti orientamenti assunti dal gruppo dirigente di questo partito nel recente passato.
    Oltre a ciò, anche dall’interno del Pd continuano a venire avanti proposte di modifica della legge elettorale che tendono a stringere ulteriormente la camicia di forza bipolare: non crediamo si possa dire che siamo paranoici se coltiviamo il sospetto che tali interventi a gamba tesa servano soprattutto a far fuori noi (noi della Federazione anticapitalista e della sinistra di alternativa, ma anche voi di Sinistra e Libertà: se non attraverso un colpo direttamente inferto, quanto meno per assorbimento coatto).
    Un’alleanza, dunque; questa è l’esigenza che percepiamo distintamente. Certo, non è semplice: non vogliamo nascondere le difficoltà. Come convivere con chi ritiene (Nencini) che la sinistra abbia perso inutilmente vent’anni e che è ora di tornare a Craxi, è affar vostro.
    Così come riterremmo fuori tempo massimo polemizzare con chi (Mussi) pensa che la falce e martello debba essere derubricato dalla storia. Ovviamente, vediamo in tali giudizi un problema non lieve. Non per questo, consideriamo preclusa ogni interlocuzione. Riconosciamo il diritto all’esistenza della vostra opzione politica. Che non è la nostra. Crediamo giusto pretendere per noi – per i nostri simboli, il nostro nome, il progetto politico della Federazione che siamo impegnati a varare – altrettanto rispetto. Crediamo in una sinistra plurale, non ci siamo mai appassionati ad alcuna «reductio ad unum». Non poniamo veti; e non accettiamo di subirne.
    Ma, al dunque, ci chiediamo: è possibile metterci attorno a un tavolo – noi della Federazione, voi di Sinistra e Libertà e quanti a sinistra (associazioni, comitati, sindacati, strutture di movimento) non rinunciano a contestare in radice un sistema sociale iniquo e inefficiente – e provare a discutere quattro/cinque punti programmatici discriminanti, così da contrastare l’offensiva di un establishment che ha fragorosamente fallito e che vorrebbe continuare a dettar legge?
    In questa sede non sapremmo essere più precisi di così. Poniamo un’esigenza politica, nella convinzione che essa sia condivisa da una grande parte della nostra gente.
    Non possiamo continuare a delegare ad altri quell’opposizione incisiva, «senza se e senza ma» – ma anche efficace – che dovrebbe spettare a noi, alla sinistra (comunista, antagonista, radicale). Le centinaia di migliaia di bandiere rosse che solo due anni fa invasero le vie di Roma non sono distrutte; sono solo state ammainate a seguito di una cocente delusione. Proviamo a rialzarle.

  10. Nicola Atalmi Dice:

    come mi fa notare il buon settoredemokratico, ogni volta che io lancio una provocazione politica di buonsenso (lui dice di destra) subito a Roma mi seguono.
    per onore della cronaca leggete Grassi, l’otodosso del prc, dire le cose che da qualche tempo vado dicendo dalla provincia dell’impero

  11. Simone Dice:

    Nel Veneto eravamo già deboli quando eravamo “forti”; oggi non abbiamo praticamente nulla da perdere ancora. A questo punto fungiamo da laboratorio: almeno all’interno della federazione anticipiamo i tempi, nominiamo segretari provinciali unici, segreterie regionali uniche, ecc. La strada indicata da Nicola è l’unica percorribile.

  12. stefano Dice:

    Giusto, facciamo una lista unitaria di tutta la sinistra. Sinistra e Libertà e Comunisti, almeno in Veneto dove ci rendiamo conto della gravità della situazione.

    Anche con un simbolo “a bicicletta” se serve, in quanto le due liste a livello nazionale stanno lanciando campagne elettorali con i due simboli quindi li vorranno presenti.

    Atalmi potrebbe essere un candidato di “compromesso”, nel caso si facesse un solo eletto…

    Io temo che se faremo due liste passerò la campagna elettorale non a spegare quello che vogliamo fare noi di sinistra per il veneto ma a spegare perché ci siamo divisi e che differenza c’è tra SL e comunisti…

  13. gino Dice:

    mo’ pure i verdi hanno detto no a Sinistra e Libertà. Alla fine Vendola faccia una sua lista civica per le regionali in Puglia e la sinistra si ricompatti tutta per con la Federazione

  14. Nicola Atalmi Dice:

    Io insisto che la Sinistra, almeno in Veneto potrebbe unirsi. ma ci sono troppi calcoli di bottega. Si dovrebbe partire dal basso

  15. Ernesto Dice:

    Caro Nicola, concordo su l’unità de la sinistra veneta, ma te la se come ke la penso, infatti el simbolo ke te ghe messo el xe quelo ke dopararia mi. Go visto le dichiarasiòn de Stefano Mestriner, consigliere provinciale Comunisti Italiani de Treviso sul fato ke Muraro ga parlà veneto a na inaugurasiòn de na scola e te me si vegnù in mente. Lungi da mi el difendar Muraro, ma me son dito, nol ga mia altro da fare sto Mestriner da fare invese de ciaparsela contro la lingua veneta. Ma xe posibile ke la sanca veneta (anca quela vera) la sia così autolesionista da ndare contro el teritorio e tuto coel ke la raprexenta, che ghe sia ancora xente come Mestriner che fa serte dichiarasiòn autodiscriminanti? Xe cusì difisile capìr ke par cresare ocore esare visini a la xente veneta no solo nei problemi sociali ed economici ma anca nela cultura intima? Ambiente, identità, solidarietà, acogliensa, dirito a la caxa al lavoro a farse na fameja da far vivare in un ambiente sano, dirito a la felisità e a la libertà, questi i xe i temi ke dovaria esere de na sanca veneta indipendente e modellata sul territorio, forse federata con una italiana…ma non necessariamente.

  16. mirella Dice:

    buon dì ernesto, le dichiarathion ( parchè mi uso la th inglese nel me dialetto veneto, e non la x, son dal Nord) the mestriner le e sacrosante. El dialeto lo aven sempre parla fin da boce, senza che a scola nessun ne insegnese a parlarlo. el dialeto le na roba che te lo impara stando in casa e nel to paese e coi to amighi. E quindi no capise parchè ades tut in tun moment le sta smania de imporlo dentro la scola.
    Le giusto che nelle istituthion e nei discorsi ufficiali se parle talian. E che i boce a scola impare semai l’inglese o altre lingue che ne mette in contatto con resto del mondo. Se no noialtri veneti riscen the restar infangandi dentro el nostro territorio.
    Varda che esser vicini alle zent, nol vol dir coregher drio al quei della lega, lori i sia inventà na roba nova, le tradithion le aven sempre portade avanti tutti, anca noialtri de sinistra. Tra l’altro la solidarietà par i pi poreti che la lega no là, i nostri noni i avea, parchè in te stae i ghe dea sempre un quert a quei vindanti che girea par i borghi. Le vero che ades ghe ne pi violença, ma le parchè el mondo el se a reversà, quei poreti ie vegnesti a trovar da magnar dove che ghe ne. E tra de loro se a infila anche i tharlatani. El mondo la sbaja a no impinatar fabriche e industrie in tei paesi del Sud del mondo. I potenti i andati solo a sfrutar sti poreti e i ghe a porta via tutte le risorse. E ora noialtri vorissimo che noi vegnesse a riciorsee. Se mi fosse un the lori, farie la stessa roba, co no ghe ne, se va dove ghe ne.
    Anca mi son par la federazion della zanca, ma sensa coreghe drio a quei che ne governa ora in region che alla gent veneta no i ghe a porta niet de novo.
    Te saluthe
    Mirella.

  17. Stefano Dice:

    X Mirella: cara signora, a parte che il Veneto è una lingua ben distinta dall’italiano (e a dirlo sono i linguisti, non io), e non un dialetto, anche se composta da numerose varianti, come TUTTE le lingue locali che non sono statate standardizzate e poi ufficializzate (vedi catalano, basco, irlandese, bretone, occitano, franciprovenzale e via dicendo, tutte lingue composte da infinite varianti e in alcuni casi poi standardizzate di recente). Lo sa che il termine “dialetto” riferito alle lingue locali (sono realmente dialetti dell’italiano solamente quelle del centro Italia) è un termine mutuato da FASCISMO che voleva far credere in un’unità linguistica naturale da Trento a Lampedusa? Lo sa che dietro alla cancellazione dei 1000 anni di repubblica veneta (la repubblica più lunga d’europa, ricordiamolo) dai libri di storia ci sono quegli stessi fascisti che lei detesta? Lo sa che l’Italia l’hanno fatta dei “potenti” (Savoia, massoneria, Inglesi e via dicendo, che fecero tutto sopra la testa dei popoli della penisola) e che attualmente i più grandi difensori dell’unità d’Italia sono le lobbyes dei “potenti” (pensiamo ad Agnelli, De Benedetti, Berlusconi, etc etc) che controllano il sistema mass-mediatico, chi vive di stato e le mafie? Lo sa che concetti come la cultura locale, la lingua locale, le identità, le tradizioni, in TUTTA EUROPA sono cose “di sinistra”? Lo sa che i partiti autonomisti baschi, catalani, occitani e via dicendo sono “di sinistra”? E’ un’assurdità definire “leghiste” o “di destra” queste tematiche e lasciarne il monopolio alla Lega, e/o dire che sono assurdità solo prechè è unicamente la Lega a parlarne! In quanto al fatto di “chiudersi” se si usa la lingua locale mi pare poi una sciocchezza, perchè qui si parla della lingua e della cultura naturale di un POPOLO, non di un modo di “chiudersi”. Perchè uno sloveno può parlare e imparare lo sloveno e un veneto non può fare altrettanto??
    Per convincerla che usare la lingua locale e istituzionalizzare la cultura del luogo non sono “fattori di chiusura” la invito a guardare cosa avviene nel resto d’Europa. Barcellona, e Valencia sono tra le città più cosmopolite e aperte città d’Europa, però affiancano il Catalano allo Spagnolo, tutelando la cultura locale. Che dire poi di Dublino e Bruxelles, altre modernissime e aperte realtà che praticano il bilinguismo? o dei moderni paesi baschi? o della frisia in Olanda?
    Vede, non è perchè la Lega che pratica una certa chiusura “all’estraneo” parla di cultura e identità locale che le due cose cosa vadano pr forza assieme. Lo dimostra il fatto che nel resto d’Europa queste tematiche sono soprattutto “di sinistra”.
    Cordiali saluti.

  18. Stefano Dice:

    Mi permetto di postare questo interessante articolo del movimento “I Veneti”. Buona lettura!!

    I centri social-culturali a favore degli indipendentisti in Europa. Statalisti in casa propria. Segno d’evidente ipocrisia.
    Cosa serve la sinistra italiana, o forse per meglio dire quella veneta?
    In una moderna Europa delle banche dove contano più i profitti che i diritti esistono delle sinistre anche radicali dove prevalgono i diritti del proprio Popolo, dove prima del potere centrale pesano la libertà e volontà della propria gente. Succede in ogni stato europeo dove si parli di autogoverno od indipendenza. Succede in Catalunya, succede in Euskadi (Paesi Baschi), succede in Irlanda, succede in Corsica per esempio. In ogni lembo di terra europea propendente al riconoscimento di forme d’autogoverno o addirittura indipendenza, esiste una sinistra forte, dalla parte del proprio Popolo prima che dalla parte del potere centrale o dalla parte di erranti figure dedite alla distruzione dell’altrui serenità. In queste realtà europee non esistono problemi d’insicurezza, stupri, rapine, aggressioni, libere bande di ex-galeotti dell’est, perché comprendono al proprio interno anche un rigido controllo da parte di soggetti politici indipendentisti di sinistra. Sembra che solo la sinistra italiana o meglio quella veneta, ubbidiente agli ordini dei pretoriani romani non riesca a percepire la necessità di cambiar le regole imposte dal sistema centrale romano. Fondamentalmente accade ciò per impreparazione culturale, interessi economici altissimi, paura di cambiare perdendo i forti privilegi ottenuti e troppa malafede. Analizzando poi le decine di centri sociali sparsi per la penisola, difficilmente se ne trova qualcuno lontano dalla questione indipendentista basca o di altri “compagni” sparsi per l’Europa, evidentemente supportare l’indipendenza fuori dagli attuali confini italiani non comporta il rischio di perdere grossi benefici acquisiti nel tempo grazie a partiti di sinistra romani. Significativa fu qualche anno fa la visita di cortesia dell’ex ministro Livia Turco ad un centro sociale Veneto. Ciò che la sinistra veneta non capisce è che anche gli indipendentisti veneti hanno un cuore rosso solidale con i meno fortunati, spesso molto più dei loro fedeli compagni. Per secoli la Serenissima è stata una Repubblica multietnica, tra le prime se non la prima in Europa, dove l’individuo straniero, spesso rifugiato, era rispettato se rispettoso delle leggi, duramente perseguito e allontanato se dedito alla delinquenza. I Veneti per indole possiedono un alto senso di solidarietà, superiore alla media italiana, lo dimostrano le statistiche in vari ambiti, dalle associazioni del volontariato, raccolte fondi, donazioni di sangue, midollo etc. quindi è rispedito al mittente ogni insinuazione italiana di Popolo razzista, non si confondano i Veneti con qualche altra popolazione del nord italia.

    Analizzando poi i dati delle ultime politiche e la tendenza popolare è evidente che molti elettori di sinistra tendono la loro mano verso una politica territoriale di autodifesa, non razzismo o protesta come si vuol far credere a roma. Speriamo pertanto che la sinistra veneta anche quella radicale prenda sempre più coscienza e distanze da una classe politica italiana che ha divorato se stessa per incapacità di rimodernarsi e comprendere pienamente le aspirazioni e necessità della propria gente. Gli stati ottocenteschi europei oramai sorpassati non potranno sopravvivere per lungo tempo ancora sia perché privi di motivo d’esistere e sia perché fallita l’unità nazionale non potranno rinnovarsi a causa delle loro voraci esigenze di sussistenza, per difficoltà di gestione e proprio perché non essendo rappresentativi di un unico Popolo mancano di quell’amor di patria essenziale per essere difesi dalle comunità dei cittadini. Non sarà certo un’unità nazionale mai esistita a tenere in vita queste “bestie primitive” prive di identità. C’é stato un tempo dove per le estreme sinistre italiane, e qualche ex parlamentare della Repubblica dovrebbe ricordarlo, bruciare i tricolori nelle piazze era rituale assai diffuso e gradevole. Non erano certo indipendentisti veneti. La storia a volte potrebbe ripetersi.
    http://www.iveneti.org

  19. masaccio Dice:

    Caro Stefano, la differenza tra lingua e dialetto è una questione di punti di vista. Noam Chomsky, il più grande linguista del ‘900, ha scritto che “una lingua è un dialetto con un esercito”. Nel senso che la differenza non è linguistica, ma storica, politica e giuridica: il veneto della Serenissima, istituzionalizzato, letterario e ufficialmente riconosciuto,era considerato una lingua. Il veneto di ora, frammentato in mille parlate diverse e molto raramente scritto, è considerato un dialetto. Se l’avranno vinta quelli che la pensano come te, ed avremo quindi una Repubblica Veneta, o un autogoverno veneto in stile basco-catalano all’interno della Repubblica Italiana, il veneto tornerà a essere considerato una lingua. È la storia a costruire queste distinzioni, non la linguistica.
    È ovviamente legittimo che tu, nazionalista veneto, avanzi queste rivendicazioni. È altrettanto legittimo che il sottoscritto, che è comunista e quindi internazionalista, e quindi abituato a sforzarsi di guardare la realtà razionalmente, non consideri automaticamente migliore una Repubblica Veneta rispetto a una Repubblica Italiana. Un nazionalista ritiene lo stato una derivazione naturale della nazione, che esiste da sempre e che sempre esisterà, per eterno legame di sangue e terra. Un comunista ritiene lo stato un’organizzazione, tendenzialmente asservita al capitale e che quindi sarebbe bene prima o poi abbattere, e che nel frattempo va giudicata e utilizzata per l’utilità che può avere rispetto ai nostri obiettivi, cioè, fondamentalmente, all’uguaglianza delle persone, a prescindere da distinzione di classe, razza, sesso, ecc.
    Se dal tuo punto di vista, quindi, l’indipendenza veneta sarebbe la realizzazione del destino del nostro popolo, dal mio, che considero mio popolo l’umanità, l’indipendenza veneta sarebbe un accidente storico, che potrebbe essere utile o meno. Sarebbe utile, oggi? No, secondo me, dato che servirebbe solo a separare il destino dei lavoratori veneti da quello dei loro fratelli siciliani o toscani.
    Significa che per questo difendo il nazionalismo italiano? Neanche per sogno. Mi definisco comunemente bilingue (veneto-italiano), sono particolarmente affezionato alla terra in cui sono nato, alla sua lingua, alla sua cultura, al suo paesaggio, alla sua storia, alla sua letteratura. E penso che queste cose andrebbero difese. Semplicemente, non ritengo che queste cose vadano imposte a chi non la pensa come me,
    È questa la differenza fra un comunista e un nazionalista: a me piacerebbe che la Regione sostenesse le case editrici che pubblicano letteratura veneta, per esempio. Mi piacerebbe che sostenesse le compagnie che mettono in scena il teatro veneto. Mi piacerebbe che aiutasse enti e fondazioni indipendenti che si occupano di storia locale. Così si aiuta la cultura popolare, nella sua pluralità e con le sue differenze interne
    Trasformare invece la cultura popolare in cultura di stato, istituzionalizzando di colpo una variante del veneto e imponendola nelle scuole e negli uffici pubblici, è un progetto nazionalista. Che, a differenza del mio, punta più ad escludere che ad includere. E guarda che non mi sto inventando niente: sono problemi che baschi e catalani affrontano da tempo. C’è chi sostiene, per esempio, che non possa essere eletto nel parlamento basco chi non parla euskera. Tu riterresti giusto che mio padre, toscano che vive in Veneto da 31 anni, non potesse candidarsi al consiglio regionale?

  20. Stefano Dice:

    Masaccio, rispetto quanto da te scritto e posso anche in larga parte condividerlo. Ti faccio però solo notare che il “sentirsi” italiani (come nazionalità, e non solo come appartenenza geografica com’era pirma dell’”unità”) o parlare la lingua italiana (che altro non è che il fiorentino elaborato da degli scrittori) sono comunque il frutto di un’imposizione e non di una condizione naturale (chi lo ha mai chiesto??il 98% dei veneti 150 anni fa mica parlavano il toscano, neppure la maggioranza dei non alfabeti lo parlava). La condizione naturale di un popolo (in questo caso quello Veneto, che esiste da 3000 anni e più) sarebbe quella di parlare la sua di lingua (in questo caso il veneto, nelle sue seppur minime varianti). E’ quindi a mio parere un controsenso rifiutare l’istituzionalizzazione della lingua locale/naturale e accettare di buon grando una lingua imposta dall’alto (come mezzo di nazionalismo italiano, cioè per “fare gli italiani”) solo perchè ormai è presente e dominante (sempre perchè pochi potenti hanno voluto cosi). Nessuno mi pare che abbia mai parlato di sostituire il veneto all’italiano, ma una minima istituzionalizzazione, con un insegnamento anche di poche ore la settimana negli istituti scolastici, mi pare doverosa e non per forza dev’essere vista con occhi “politici”.
    Solo una precisazione: nel mondo linguistico al di fuori dell’Italia il termine “dialetto” sta a indicare la variante di una lingua o una parlante facente parte di un certo sistema linguistico. E molti italiani oggi ancora credono che i dialetti siano varianti di italiano (cosa vera solo per quelli del sistema linguistico italiano, ossia del centro italia). Quindi solitamente lo status di lingua (per lo meno nel resto del mondo) prescinde dall’ufficialità o meno.
    p.s. Io mi sento Veneto e Europeo, non voglio nessuna “chiusura” e credo in un’ Europa dei popoli e delle nazioni reali. Paradossalmente c’era un maggiore contatto con gli altri popoli europei prima dell’Italia, che ha tranciato di netto i rapporti con le popolazioni limitrofe (con cui c’era da sempre stato uno scambio reciproco) creando tensioni etniche e nazionalistiche.
    Saluti

  21. masaccio Dice:

    Stefano, continui a spacciare per verità di fatto alcune tesi nazionaliste. Non è che siccome sono veneto e non mi piace il nazionalismo italiano allora mi devo per forza bere il nazionalismo veneto, non trovi? Per esempio il fatto che prima del 1861 l’Italia non fosse una nazionalità ma un’”appartenenza geografica” non sta in piedi. Cos’è un’”appartenenza geografica”? Se c’è un’”appartenenza” allora c’è anche una cultura, una comunità, qualcosa. Come spazio culturale l’Italia esiste fin dal medioevo, Dante e Petrarca ne parlano. Certo, al suo interno c’erano lingue diverse e amministrazioni diverse. Perché fino all’800 non è arrivato il nazionalismo a dire che dove c’è una cultura ci dev’essere una sola lingua e un solo stato. È un’imposizione, l’Italia. Ma era un’imposizione anche la Repubblica Veneta. Lo stato è imposizione di un potere, e se è uno stato nazionale è imposizione anche di una sola lingua e di una sola cultura. Per accidente storico il nazionalismo italiano ha vinto su quello veneto. Ma non è che il primo è falso e il secondo, come dici tu, vero. Ci sono radici che sono comuni a tutti i veneti, come ci sono radici che sono comuni a tutti gli italiani, come ci sono radici comuni a veneti e slavi, come ci sono radici comuni a friulani e austriaci, ecc. Le identità sono molte, e mobili, durante la storia. Il nazionalismo è il tentativo di prenderne una, considerare vera solo quella e cercare di fermare quel preciso momento storico per l’eternità.
    L’italiano è un’invenzione? Certo. E perché, se ora ci inventassimo un veneto istituzionalizzato unico da insegnare nelle scuole, non sarebbe un’invenzione? Tutti i progetti nazionali sono invenzioni, pur partendo tutti da radici vere. Considerare “naturali” o “vere” una lingua e una cultura è tipico dei nazionalisti, con inevitabili forzature storiche (come quella dei 3000 anni). Amo la mia lingua veneta e la mia cultura, ma so benissmo che sono diverse da quelle che erano 100 anni fa, e che tra 100 anni saranno ancora diverse. Vorrei che non sparissero, e quindi che le istituzioni si occupassero di promuovere chi ne valorizza l’uso e la diffusione, senza cancellarne d’autorità lo splendido ventaglio di differenze interne.
    Chiudo sulla questione lingua-dialetto: no, Stefano. Consulta un qualsiasi manuale di linguistica. Chiedi a qualsiasi linguista. Ti ho citato il più grande di tutti, non ti basta. Non esiste nessuna differenza linguistica tra lingua e dialetto. Il veneto è una lingua ed è anche un dialetto. Ed è lo stesso splendidamente usato nella vita quotidiana di migliaia di persone e in un’ampia letteratura (che spesso, purtroppo, gli stessi venetisti ignorano).

  22. Stefano Dice:

    Sono felice di aver trovato un valido interlocutore come te.
    Probabilmente mi sono spiegato male. Volevo semplicemente dire che uno stato italiano cosi com’è adesso (centralista e monoculturale) è una creazione e un’imposizione di “potenti” (massoneria, casa Savoia, piccola élite intellettuale, e di recente i cosiddetti “poteri forti”), e in quanto tale dovrebbe essere mal visto da chi si reputa “di sinistra”. Uno stato Veneto sarebbe una cosa “naturale” (come lo è uno stato Sloveno o Danese o Estone o Basco, e via dicendo) perchè i veneti sono un popolo che esiste da prima dei romani (i vari colonizzatori sono di volta in volta poi diventati veneti anch’essi integrandosi nella comunità preesistente), ed esiste una cultura veneta, una lingua veneta (variegata come tutte le lingue non standardizzate). E sono una cultura e una lingua che sono sempre appartenuti a TUTTO un popolo, non a una micro-élite di intellettuali che usava una lingua franca ed aveva interesse a farlo (caso dell’italiano). Se guardiamo in termini linguistici e di appartenenza esiste di più una “nazione” europea oggi che non una nazione italiana 200 anni fa.
    Ogni volta che sui grandi giornali (posseduti dai “potenti” di oggi) si legge la litania sull’unità d’Italia, cosi come su tutti i media in generale, ogni volta che sui libri di storia scolastici si legge la favoletta del Risorgimento (ricordiamo che buona parte dei programmi di storia delle scuole derivano dalla riforma Gentile fatta sotto il Fascismo), ogni volta che si sente dire che la lingua Veneta è un dialetto (inteso come variazione di Italiano, concetto introdotto dal Fascismo), ogni volta che si sente parlare dei “morti per la patria” (mandati a morire proprio per creare l’identità nazionale col sangue); beh, secondo me a una persona di sinistra che da sempre ha a cuore il concetto di “popolo” e ce l’ha con i “potenti”, dovrebbero girargli le scatole e dovrebbe ribellarsi alla cosa, invece che assecondarla.
    Comunque secondo me è inappropriato il termine “nazionalismo” nel caso del venetismo. Nazionalismo è quasi un sinonimo di fascismo/razzismo, mentre i concetti che sto cercando di esporti hanno un altro significato. Potremmo parlare di “patriottismo” o semplicemente di autonomismo o indipendentismo.
    Tornando al discorso lingua/dialetto. Guardi, io queste cose le sto approfondendo da anni, non è che mi sono svegliato stamattina a parlarne. Al di fuori dell’Italia, specialmente nel mondo anglosassone, il termine “dialetto” sta a significare nella maggior parte dei casi “una variante di un certo sistema linguistico”. E ciò vale anche in paesi come la Francia. ESEMPIO: il Piccardo fa parte del sistema linguistico francese (cioè del nord della francia, la langue d’oil), e viene giustamente chiamato dialetto. Nessuno invece si sognerebbe di dire che l’occitano e il bretone sono “dialetti”, ma sono riconosciuti come lingue. Se vado all’estero e dico che nella mia regione si parla un dialetto, generalmente il mio interlocutore pensa che nella mia regione si parla una variante di italiano (come sono ad esempio il toscano o il romanesco). E’ questa la differenza che sto cercando di spiegarle. Mi spiega perchè in Italia lo stato riconosce come lingua il friulano e non il piemontese ad esempio?(entrambi piuttosto diversi dalla lingua di Dante). Mi creda, buona parte della gente crede che il primo sia una lingua e il secondo no (un dialetto, inteso come variante di italiano).
    La frase “una lingua è un dialetto con alle spalle un esercito” è arcinota e arciusata, soprattutto da chi la pensa come me, glielo assicuro. (che sono di sinistra e autonomista)
    http://it.wikipedia.org/wiki/File:Romance_20c_en.png
    Comunque, concludendo il nostro breve dibattito, persino Casarini di recente si sta convertendo all’autonomismo veneto. Buon segno, un primo passo per creare in Veneto una vera sinistra Veneta ( a cui spero aderità :D ) attenta ai bisogni di questo territorio, che non lasci il monopolio di certe idee alla Lega o ai piccoli partiti venetisti.

  23. Nicola Atalmi Dice:

    mi piace questo dibattito

  24. Stefano Dice:

    …rileggendo il suo intelligente intervento mi sono dimenticato di fare alcune altre considerazioni…poi concludo per davvero.
    Allo stato attuale la lingua veneta (con le sue varianti) è destinata a scomparire nel giro di alcune decine di anni, forse meno. Lei dice che viene usata nella vita quotidiana di migliaia di persone. Beh, non è corretto. Attualmente la gente parla un veneto italianizzato se non un italiano venetizzato (poichè l’italiano ha del tutto il monopolio, dai media alla scuola), che non è la lingua veneta, ma una sorta di orrendo mix che porta a non parlare correttamente nè l’italiano nè il veneto. Proprio per questo occorrerebbe ufficializzare l’insegnamento del veneto (poche ore alla settimana nelle scuole bastano mi creda), per poter essere poi in grado di parlare un italiano “pulito” (cosa che attualmente la maggior parte della gente non è in grado di fare) e un veneto “vero” (non un italiano venetizzato).
    Se non si farà cosi il veneto scomparirà. Lei mi dice, “si, ma è innaturale imporre un veneto standard!”. E io le rispondo cosi: ma secondo lei è meglio imporre un veneto standard, che è uguale al 90% al veneto parlato in tutto il territorio veneto, e perfettamente comprensibile ovunque, o preoccuparsi di perdere microvarianti che spesso sono costituita da una parola che ha “una e al posto che una a”? Fermo restando che tali varianti continuerebbero ad essere utilizzate nel parlato esattamente come si fa adesso, però adesso che stanno sparire PER DAVVERO con tutto il sistema linguistico veneto di cui fanno parte nessuno se ne preoccupa…come mai??DIVIDI ET IMPERA dicevano i Latini.
    Come mai nel resto d’Europa (Catalogna, Valencia, Paesi Baschi, Irlanda, Grigioni, Friuli, Sardegna,Val D’Aosta, Galizia, Bretagna, etc etc) NESSUNO si preoccupa per la standardizzazione della lingua locale (lo ripeto, nel caso del veneto è uguale al 90% ovunque) e invece qui da noi tutti si stracciano le vesti??
    Semplice, il solito DIVIDI ET IMPERA. E i “poteri forti” (con i loro giornali che riempioni ogni giorno di articoli anti lingua locale e anti autonomia) che sono gli unici che ci guadagnano dalla situazione dell’Italia attuale se la ridono alle nostre spalle…contenti noi…

  25. masaccio Dice:

    Partiamo dalla questione lingua/dialetto: appunto, caro Stefano, nessuno si sognerebbe di definire “dialetti” l’occitano o il friulano, perché, come dici, sono RICONOSCIUTI come lingue. La chiave è esattamente questa: il riconoscimento. Sto dicendo esattamente che non c’è alcuna differenza di carattere linguistico, ma solo politico. In mancanza di riconoscimento c’è un dialetto, fate passare una legge per il riconoscimento della lingua veneta e sarà una lingua.
    Sulla standardizzazione non è assolutamente vero che nel resto del mondo non crei problemi. Ovvio che dentro il mondo nazionalista non si sentano voci critiche, ma all’esterno l’imposizione di lingue nazionale è stata fortemente criticata. Non ho mai conosciuto un irlandese che non mi abbia detto “L’irlandese lo impariamo a scuola ma in realtà praticamente non lo sappiamo, perché fuori da scuola non lo parla mai nessuno”. Capisci cosa intendo quanto ti dico che non esistono nazioni vere e nazioni false, ma solo progetti nazionali con maggiore o minore successo? Si possono imporre, da nazionalisti italiani, veneti o irlandesi, tutte le lingue che si vuole, con le scuole e gli apparati pubblici (classica arma di dominio nazionalistico), ma se nella società civile la lingua non è parlata, quella battaglia sarà persa. Allora dipende da che obiettivo abbiamo: se l’obiettivo è quello di creare uno stato nazionale veneto omogeneo fedele alla tradizione in cui formalmente si usi il veneto, hai ragione tu, insegnamolo nelle scuole e freghiamocene se nel frattempo quella lingua muore. Se invece il nostro obiettivo non è statalista ma culturale, ed è la salvezza del veneto (e, continuo a sottolineare, della sua splendida storia letteraria, che sarebbe un peccato nessuno fosse più in grado di leggere da una generazione), allora va fatta un’operazione culturale, vanno sostenute iniziative culturali, letterarie, artistiche, editoriali in veneto. Fa sostenuta la rinascita di una vita culturale veneta. Che dev’essere fatta di una lingua vera, caro Stefano, che si evolve, cambia, si imbastardisce. Lamentarsi che il veneto si sia italianizzato vuol dire, scusa la franchezza, ignorare le regole fondamentali della linguistica. Dal momento che i veneti vivono a stretto contatto con gli altri italiani da decenni, come potrebbe la loro lingua non esserne stata influenzata, esattamente come l’italiano è stato influenzato dall’inglese, ed esattamente come il veneto in passato grazie alla Serenissima ha influenzato altre lingue (lo sai che in albanese forchetta si dice “piruni”?)? Le lingue cambiano tutti i giorni, può non far piacere ma nessuno mai nella storia è riuscito a fermare questo cambiamento. Neanche con la scuola. L’italiano a scuola si insegna, eppure ormai anche nei giornali si scrive “pò” con l’accento, e anche i politici hanno abolito il congiuntivo. A me personalmente queste cose fanno imbestialire, cerco di parlare un italiano migliore, ma non faccio finta di poterle fermare con le armi dello stato. Non è possibile.
    Sul tema più generale, dire che il Veneto è una nazione naturale perché quel popolo, quella lingua e quella cultura sono esistiti da sempre è il classico falso nazionalista. Dico “falso” anche se in realtà delle radici di verità ci sono, perché si tratta dell’esagerazione di un punto di vista. Sempre esistiti, Stefano? Sempre? Bisognerebbe capire quando inizia questo sempre, perché sicuramente quel popolo da qualche parte è arrivato, e se volessimo arrivare alla notte dei tempi saremmo tutti etiopi o keniani e quella sarebbe l’unica nazione vera, originaria. Le nazioni sono creature della storia, che durano il tempo che durano e hanno il successo che hanno a seconda di meccanismi complessi e conflittuali. La lingua e la cultura veneta esistono, ma anche la lingua e la cultura italiana esistono, penso non si possa negare. E si sono mischiate. Il primo testo dell’italiano moderno, il Dialogo sopra i massimi sistemi, è stato scritto da un pisano, tale Galileo Galilei, che viveva a Padova e lo ha ambientato a Venezia. Perché la Serenessima viveva in un periodo prenazionalista, in cui l’idea che a uno stato dovessero corrispondere una sola nazione, una sola lingua e una sola cultura sembrava assurda. Poi è arrivato l’800, e ancora ne subiamo le conseguenze. Personalmente sono per superare l’800 e i suoi nazionalismi (e nazionalismo è considerare un progetto nazionale, una lingua, una cultura più vere e naturali delle altre) e accettare il fatto che i popoli si mischiano e si combinano come a loro pare e piace. Sono per valorizzare tutte le lingue e le culture locali e sono assolutamente contrario all’idea di imporne violentemente una tramite l’apparato burocratico dello stato, che considero un nemico da abbattere e, nel frattempo, da limitare. Sono veneto e sono italiano, sono profondamente veneto e profondamente italiano, parlo entrambe le lingue come lingue madri, sono affezionate alle rispettive culture e tradizioni letterarie. Costringermi a scegliere è nazionalismo ottocentesco.


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