Proprio una bella iniziativa a Marghera oggi, di quelle che fanno pensare.
Un assemblea in difesa dei lavoratori della chimica padana.
Serviva anche a ricucire qualche anno di incomprensioni nella contraddizione tra lavoro e ambiente che anno visto qualche volta Rifondazione in difficoltà.
Ci sono stati i morti a Marghera, le fabbriche uccidevano e i padroni lo sapevano.
La città ricorda e tutto Porto Marghera sembra portarne il peso.
E quegli stessi padroni responsabili allora dei veleni e dell’inquinamento ora usano quella paura per chiudere lasciando alla società il conto da pagare: quello umano e anche quello ambient
Ma anche grazie al percorso unitario della Federazione della Sinistra e dell’incontro con compagni del Pdci e del sindacato le diffidenze reciproche si sono diradate.
C’erano tanti lavoratori che ci hanno raccontato della lenta agonia di Marghera stretta tra il declino della industria chimica e gli appetiti per le speculazioni sulle aree.
Centinaia di lavoratori in cassa integrazione, storie di lotta ma anche di disperazione.
Verso la fine, prima della conclusione di Ferrero, un intervento appassionato di Giorgio Molin.
Per chi non lo consoce è il capo della Fiom a Venezia. Il capo.
Un sindacalista come quelli di una volta.
Capace di vedere oltre la singola vertenza, capace di passione e di visione politica.
Ci ha tratteggiato un disegno inquietante.
Quello della trasformazione di tutto Porto Marghera in un terminal per la distribuzione delle merci. Della trasformazione, in fondo, di tutto il Veneto in una periferia di altri luoghi lontani dove le merci verranno prodotte e che noi dovremo solo far circolare e consumare.
Chiudere le fabbriche per gestire un impoverimento complessivo della società dove il divario tra ricchi e poveri aumenta, dove il lavoro cessa di essere diritto e promozione soci
Il lavoro aumenta ma diventa intermittente, individu
In due parole povero e precario.
I lavoratori negli anni, con il sacrificio e le lotte, hanno conquistato dignità e redistribuzione: diritto alla istruzione, alla salute, all’assistenza, alla casa.
Sgretolare l’organizzazione collettiva del lavoro e dei lavoratori serve a smantellare anche le forme della solidarietà, a picconare l’Italia della Costituzione.
E’ un uso politico della crisi che serve ad aumentare i profitti di pochi ed erodere i diritti di molti.
Rischiamo di uscire da questa crisi più deboli e più soli.
Giorgio ci ha spronato a riprendere la lotta, a tenere assieme chi il lavoro ancora ce l’ha con chi l’ha perso e con chi ancora lo cerca tra studio e precarietà.
Serve una sinistra che ricominci a parlare di queste cose, ad organizzare resistenze ed alternative.
Dobbiamo avere il coraggio di affrontare la crisi ricostruendo reti di solidarietà, aprire vertenze che superino i muri delle aziende per tracimare nella società.




24. Ottobre 2009 alle 12:59
Sì caro Atalmi, ma è la sinistra che deve ricominciare a contare in questo Paese se vuole dare risposte ai lavoratori. altro che Luxuria e Caruso.