sinistra

Gio, Lug 16, 2009

Generale

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Sabato e domenica sono a Roma.

Perché c’è un ultimo appello per la sinistra. Quella che forse è l’ultima possibilità per rialzarsi.

Tutto nasce dalla decisione di Ferrero Diliberto e Salvi di lanciare un progetto nuovo, una proposta unitaria. Finalmente.

Forse le pressioni in tal senso che sono venute dalla base sono servite a qualcosa. Dovrebbe nascere la Federazione della Sinistra di Alternativa. Vi aderirebbero i due partiti che sono stati assieme alle europee, anche se con risultati non soddisfacenti e Socialismo 2000 di Salvi. Ma l’idea nuova ed interessante è che non si tratterebbe di un mero accordo tra i due partiti e mezzo. La federazione funzionerebbe con la possibilità di chiunque di aderire direttamente alla federazione. Quindi con la costituzione di organismi unitari che rappresentino anche chi non è iscritto ai due partiti comunisti. Il collante dovrebbe essere il mondo del lavoro, modernamente inteso.

Secondo me è un passo avanti rispetto la proposta della mera riunificazione del Pdci e del Prc. E potrebbe parlare a tutta la sinistra.Infatti già ci sarebbe l’interessamento di pezzi importanti della sinistra sindacale, di autorevoli esponenti della Fiom, di intellettuali.

Io, come è noto vorrei che questa proposta unitaria si rivolgesse anche all’area di Sinistra e Libertà (con qualche distinguo come scrivo dopo) ed ai delusi dal Pd.

Per costruire in Italia una Sinistra più forte, ricca di tradizioni e culture importanti come quella dei comunisti ma capace anche di parlare a tutta la sinistra.Io credo che questo spazio ci sia.

Ne ho avuto conferma ieri sera. Sono stato invitato alla Festa dell’Unità di Casale per un dibattito tra le forze del centrosinistra. Oltre al sottoscritto c’era il segretario del PD, dell’Italia dei Valori, il compagno Pettenò di Rifondazione e due esponenti di Sinistra e Libertà. La Festa dell’Unità di Cas

ale è una cosa strana perché è del Pd ma ci lavorano anche tanti che di quel partito non sono più o non sono mai stati.
Il dibattito non è stato magnifico, a tratti molto nervoso. Tra i militanti ed i semplici curiosi si percepiva una groviglio strano di sentimenti che andavano dalla delusione sia per il Pd che per la sinistra troppo divisa. Come se il Pd e la sinistra fossero la stessa cosa. E questa percezione ed autorappresentazione dell’elettorato dovremmo tenercela bene a mente nei prossimi mesi.

Dalle cucine uscivano per ascoltare militanti con la maglietta CCCP, poco assimilabili alle parole di Veltroni di ieri che esplicitava che tra Craxi e Berlinguer aveva ragione il primo.

Le opinioni di Uolter venivano riprese anche da un esponente di Sinistra e Libertà, di fede socialista, (che per carità di patria non nominerò) che rivendicava appunto il primato di Craxi su Berlinguer e coerentemente alle elezioni amministrative del suo comune appoggiava un candidato del PDL!!!

Tanti, troppi sono andati via delusi dal dibattito di ieri sera a quella festa. Ma è sulle loro aspettative che dobbiamo lavorare è a quella voglia incazzata di sinistra e di unità che dobbiamo rispondere.

Insomma una serata strana che ci dice di come ci sia molto ancora da lavorare per costruire quella sinistra della quale c’è bisogno e quel rapporto con il Pd che è necessario per battere le destre.

5 Risposte a “sinistra”

  1. Nicola Atalmi Dice:

    pubblico qui anche un mio articolo apparso su Rinascita e Aprileonline
    su sinistra e questione settentrionale

    Giù al nord

    “Può un centrosinistra, che nel lombardoveneto è ormai marginale, pensare di poter governare il Paese?”
    Questa domanda la pone e se la pone da tempo Massimo Cacciari, il sindaco filosofo inascoltato presunto leader democratico.
    E non è una domanda da poco.
    Un pezzo del Paese, il Veneto e la Lombardia che rappresentano la parte economicamente più dinamica e perennemente in trasformazione sul piano sociale, vede ormai una debordante marea neroverde conquistare elezione dopo elezione maggiori consensi. In Veneto cadono roccaforti come la Provincia di Venezia, in Lombardia vengono cancellate le anomalie come quella di Penati.
    Ed è proprio il modello di sviluppo post-fordista che caratterizza il nordest ad allargarsi, lentamente ma inesorabilmente, scendendo verso il centro Italia conquistando consensi e rappresentanza in Emilia, in Toscana, giù fino in Umbria.
    Lo hanno studiato in molti da Bonomi a Bagnasco, da Negri a Rullani.
    In particolare l’emergere del sistema sociale ed economico del Nordest viene descritto come l’avvento della società del rischio, prima da Ulrich Beck, sociologo dell’università di Monaco, poi da Enzo Rullani dell’Università di Venezia secondo il quale “(…)il rischio veniva messo sotto il tappeto dalle capacità di previsione e controllo dell’ordine fordista, quando il rischio era ridotto dal potere di programmazione-controllo, dalla stabilità delle posizioni e dagli interventi contro le devianze. I lavoratori erano esentati dal rischio dal contratto di lavoro dipendente a tempo indeterminato. In mancanza di rischio, il potere diventava un esercizio funzionale del coordinamento. Con la fine del fordismo il rischio è tornato a distribuirsi sulle persone e sui territori. Le imprese si propongono di intercettarlo e di svolgere questa funzione specializzata a vantaggio degli altri soggetti sociali. Ma ci riescono solo in parte. (…) L’impresa diventa dunque l’imprenditorialità, un atteggiamento antropologico e un meccanismo istituzionale insieme.”
    Il modello del nordest è essenzialmente questo ed è ridicolo stupirsi ora per come i lavoratori, compresi quei lavoratori autonomi e parasubordinati così diffusi in questo modello, scelgono per rappresentare i propri interessi la Lega ed il centrodestra più in generale. Lo stesso Rullani in una intervista concessa ad una rivista della Cgil nel 2006 ne fa una analisi impietosa: “La sinistra non ha ancora cominciato a definire se stessa in un mondo postfordista. Fondamentalmente le sue idee sono ancora inscritte in un universo di rapporti produttivi centrati sullo stato fordista, sulle grandi corporation, sull’organizzazione delle grandi rappresentanze di lavoro standardizzato, di lavoro di massa mentre il mondo pian piano è cambiato, non è più così. Di conseguenza i nuovi soggetti che emergono si fanno rappresentare, nel bene e nel male, in altri modi, magari anche un po’ improvvisati. Il leghismo, per esempio, è frutto anche di un vuoto.”
    E il modello del nordest è ormai ampiamente nazionale.
    “L’Italia la precarietà ce l’ha nel suo Dna perché quando un paese ha quattro milioni di imprese vuol dire che, contando tre persone a famiglia, ha dodici milioni di cittadini che rischiano, che alla fine del mese se hanno fatto bene guadagnano, se hanno fatto male perdono. Sono pochissime le posizioni sicure: l’impiego pubblico, che non per niente vota tutto per il centrosinistra; i pensionati, che votano per il centrosinistra, e forse gli operai delle ultimissime grandi fabbriche, quelle sicure, quelle dei servizi. Tutti gli altri sono precari perché il mercato li ha resi tali.”
    Trasformazioni sociali ed economiche hanno costruito un modello dove perde terreno la difesa collettiva dei diritti perché in una società del rischio ognuno cerca di salvare sé stesso.
    E’ un dibattito che si è infiammato in relazione agli esiti della recente crisi e che è stato analizzato nel marzo di quest’anno a Verona nel convegno “la questione settentrionale si fa nera” organizzato dal nostro Partito: “se il profondo nord era incattivito ed incazzato quando l’economia tirava, come diventerà in una fase di crisi e di recessione?”
    La risposta è venuta dalle urne con il segnale inequivocabile che di fonte alla crisi è sempre pronta una uscita a destra dove il razzismo, l’egoismo sociale le politiche securitarie sono l’ansiolitico di maggior successo.
    L’utilizzo politico della crisi ha sdoganato parole d’ordine come “prima il lavoro agli italiani (o padani o veneti)” che erano patrimonio solo dell’estrema destra razzista. E’ cresciuta una categoria di “leghisti rossi” nella quale anche il sottoscritto, assieme a buona parte della Cgil veneta, è stato frettolosamente arruolato, quando si è cominciato a criticare la gestione liberista dei fenomeni migratori che non fermava le quote di nuovi ingressi (regolari) nemmeno di fronte al fenomeno, nuovo da queste parti, dell’allungarsi delle file della mobilità e della disoccupazione di lavoratori veneti ed immigrati.
    Gli imprenditori politici della paura, leghisti e non solo, hanno incassato valanghe di voti promettendo sicurezza mentre l’Unione di Prodi e la sinistra in generale non era in grado di proporre nulla a parte generiche e fastidiose minimizzazioni sul fatto che l’insicurezza era solo un problema di percezione. Le urne hanno dimostrato che se io mi percepisco insicuro sono insicuro e quindi voto per chi a parole la sicurezza dice di volerla garantire.
    Gianfranco Bettin, sociologo e scrittore, prima ancora che leader dei Verdi, ha appena pubblicato un libro prezioso per indagare questo fenomeno. Si intitola “Gorgo in fondo alla paura” e partendo dal duplice terribile omicidio di due anziani coniugi a Gorgo al Monticano ad opera di tre immigrati ci racconta il nordest. “(…) è irrequieto da tempo il Nordest italiano. Perché eccitato, ma anche preoccupato dalla globalizzazione. Perché arrabbiato per il peso fiscale che sopporta, reputato un sopruso di Roma. Perché ispirato dal sogno federalista. Perché, ora, è dentro la crisi, come tutti, come tutto.
    E nella crisi ancora una volta emerge che il nordest non è una società a-conflittuale come la vecchia democrazia cristiana transitata in massa con i berluscones, ha sempre tentato di far credere. Nel nordest il conflitto c’è ma è orizzontale invece che verticale. E’ una specie di sindacalismo territoriale per il quale i lavoratori ed i ceti più deboli si sentono rappresentati politicamente sulla base di una appartenenza comunitaria piuttosto che sulla base delle loro reali condizioni di classe. Mescolando rivendicazioni locali ad egoismo sociale, producendo paura e razzismo.
    In un sistema magmatico e parcellizzato, come è il mondo del lavoro e della piccola impresa, il lavoratore si percepisce sulla stessa barca con l’imprenditore. Perché quell’imprenditore non è il figlio di una dinastia, ma è anch’esso un ex dipendente che si è messo in proprio.
    E così possono accomunarli la lotta contro la pressione fiscale che erode e determina il reddito all’uno come all’altro, direttamente o indirettamente.
    Per questo il Ministro Leghista Zaia può affermare, con una qualche ragionevolezza, che la Lega è il partito laburista del nord.
    E la sinistra non dice nulla nemmeno alla nuova generazione di lavoratori parasubordinati, agli imprenditori di sé stessi, alle migliaia di partite Iva che surfano ogni giorno sulla cresta della competizione e della insicurezza.
    Solo a partire da questa analisi del nordest, che ci parla di come sta cambiando tutto il Paese, possiamo interrogarci sul ruolo odierno della sinistra.
    Serve una sinistra nuova capace di recuperare insediamento e rappresentanza nel mondo dei lavori, di innervarsi sulla rete delle resistenze sociali e popolari al neoliberismo, anche quelle ora presidiate dal leghismo.
    Perché è dalle contraddizioni che nascono da un modello che ha imprendotrializzato il territorio e la società, riverticalizzando il conflitto, che possiamo ricostruire una sinistra della quale venga percepita l’utilità sociale.
    Serve un nuovo inizio che parta dal basso non solo nel senso del radicamento nei territori e nella valorizzazione della militanza, ma anche con una elaborazione originale ed autonoma di un rilanciato processo unitario a sinistra.

  2. stefano panozzo Dice:

    L’articolo sulla questione settentrionale mi piace molto, é veramente un’ottima analisi. Condivido anche l’appello finale alla presenza nel territorio e alla elaborazione originale ed autonoma. Ma nel dettaglio, che fare? Quale é la linea precisa di questa elaborazione autonoma e originale? Non mi aspetto la pappa pronta dalla dirigenza, sarebbe sbagliato dobbiamo appunto elaborare, ma sarebbe utile avere un po’ più di testo su questo.

    Sulla questione della Federazione. Cito dal documento fondante sul sito del PDCI:
    “Nella lotta per la giustizia e la libertà delle generazioni che ci hanno preceduto, combattuta sotto le insegne delle bandiere rosse, della falce e del martello, noi riconosciamo la nostra storia e questa storia deve proseguire a partire da una rifondazione delle pratiche, delle teorie, delle forme organizzative.”

    Questo é solo un esempio di un elemento che sarebbe inaccettabile per 3/4 di Sinistra e Libertà.

    Ma al di là degli elementi specifici del testo. Il problema generale é che se (non lo do per scontato) questa federazione nasce come la federazione di chi ha fatto la lista Comunista alla quale POI Sinistra e Libertà dovrebbe aderire mi sembra un po’ complesso pensare che arriveranno molte adesioni da quell’area.
    Per certi versi é un problema simile a quello del progetto di alcuni di Sinistra e Libertà di un partito unico della sinistra
    http://www.subitounnuovopartito.it/

    sono perplesso. entrambi i progetti sono in fase di definizione e quindi potrei sbagliare. Ma ho il dubbio che questi progetti rischino di essere una ripetizione della proposta di ciascuna lista delle europee chiedendo agli aderenti dall’altra lista di riconoscere l’errore e di confluire….
    Non mi pare semplice che diventino progetti unitari, anzi potrebbero addirittura essere alternativi e cristallizzare la divisione… Per fare una federazione unitaria sarebbe necessario che entrambe le liste facessero un passo indietro riconoscendo certi errori. Atalmi e il PDCI del Veneto lo hanno fatto con il documento della settimana scorsa. La situazione nazionale del PDCI e del PRC mi pare decisamente più preoccupante. E anche dentro Sinistra e Libertà ci sono forze che stanno remando contro, come il PS (il documento dei giovani del PS dell’altroieri é estremamente inquietante). Sarà dura.

    Aggiungo che la frase dell’appello “La proposta che avanziamo trova la sua collocazione politica naturale nel contesto di tutte le forze della sinistra europea che si collocano a sinistra delle socialdemocrazie e che hanno ottenuto significativi consensi nelle ultime elezioni europee, come in Francia, Germania, Grecia, Portogallo, Olanda e nei paesi nordici.”
    mi sembra abbastanza lontana dalla realtà.
    Senza entrare nel dettaglio, ma in nessuno dei paesi citati mi pare si stia seguendo il modello che Ferrero e Diliberto (che comunque hanno posizioni differenziate su svariati aspetti) stanno proponendo in Italia…

  3. Fabio Dice:

    La costituzione della federazione unitaria è una buon passo in avanti, Stefano dice che “questa federazione nasce come quella che ha fatto la lista comunista alla quale poi Sinistra e libertà dovrebbe aderire”, ma, prima di varare questa federazione, c’è stato un incontro tra Ferrero, Salvi ,Vendola e Migliore. I due leader di SL: Vendola e Migliore, si sono rifiutati di lanciare l’unità e sono andati a condurre un seminario con i partiti che facevano parte di SL. Quindi la possibilità di allargare l’iniziativa c’è stata, però è stata ancora una volta declinata da chi fa scissioni nel nome dell’unità a sinistra,
    Inoltre la nuova federazione avrà al proprio interno una buona parte della sinistra CGIL e dei vari movimenti come No TAV o NO DALMOLIN, perciò punta non solo all’unità della sinistra politica-partitica, ma a costruire un fronte di lotta e di riferimento per il mondo del lavoro e per i diritti richiesti dai movimenti.

  4. Nicola Atalmi Dice:

    insomma.
    Parecchi nodi ancora aperti e qualche ambiguità di troppo, ma almeno un cammino è iniziato.
    Ora deve essere aperto e plurale, parlare a tutta la sinistra, ricostruire una moderna centralità del lavoro, divenire uno strumento di utilità sociale nella crisi, costruire l’alternativa alle destre.
    Ci siamo lasciati con l’impegno di 3 gruppi di lavoro: uno sulla crisi, uno sull’analisi ed i valori della sinistra e uno sulle regole di funzionamento della federazione.

  5. Tommaso Dice:

    Pur non essendo dalla vostra parte mi chiedo come certe persone non abbiano ancora capito che più ci si frammenta e più si perdono voti. Mi sembra un comportamento così stupido politicamente parlando che mi fa nutrire seri dubbi circa la serietà di certi politici. A mio avviso la crisi nella sinistra radicale è dovuta al semplice fatto che i rappresentanti non rappresentano veramente la popolazione. I vostri non sono partiti minestrone come il Pd o il Pdl, ma partiti i cui elettori sono esigenti, e poco favorevoli a farsi prendere in giro!Forse molti elettori si sono accorti della distanza che c’è fra qualche leader comunista e la popolazione, e di come alla fine il compagno Bertinotti non era un vero e proprio proletario visto quanto prendeva in Parlamento e visto che girava in maglione di cashmere!Vi posto un semplice esempio che col vostro partito c’entra solo relativamente, per farvi capire come serva veramente gente del popolo ai posti di comando, come un elettore si sente truffato se poi deve dare il voto a Bertinotti e che magari con 800 euro al mese desidererebbe bruciare cashmere e anche l’auto di Bertinotti che di euro ne prendeva oltre 15.000!!!Un partito può permettersi una certa lontananza con la popolazione se per l’appunto è un partito-minestrone, ma i partiti di sinistra radicale che da sempre hanno basato la propria politica sulla popolazione (meglio quella disagiata) non si possono mostrare lontani da loro, o confliggere con le loro aspettative!Pena il passaggio ingente di voti degli operai da Rifondazione, Sinistra e Libertà, Socialisti 2000, Pdci,….alla Lega Nord!


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